ECOLOGIA SOCIALE E PROMOZIONE DELLA SALUTE di Giampaolo Carcangiu

“L’aumento della conoscenza è solo uno degli obiettivi della scienza, ma il fine ultimo è il miglioramento della condizione umana”. Joseph Rotblat, Premio Nobel per la Pace, 1995

“La scienza è un bene per tutti, un arricchimento culturale. Una risorsa capace di migliorare le nostre capacità di ragionare, di provare emozioni e non sottometterci a superstizioni antiche e moderne. In questo senso la scienza può avere ricadute sul benessere di tutti.” G. Rizzolatti (2016)

L’ecologia (gr. oikos=casa), è una scienza naturale il cui oggetto di studio è la relazione tra gli organismi viventi e il loro ambiente.  L’ambiente viene inteso come l’insieme degli esseri viventi, dei fattori fisici, chimici e geografici con i quali un organismo interagisce. L’ecologia si è posta inizialmente come uno dei possibili luoghi di convergenza tra le conoscenze di una molteplicità di discipline, sia sociali che naturali, finalizzata alla comprensione della struttura e dei processi degli ecosistemi. All’ecologia si è ispirata la scuola dell’ecologia umana, sorta alla Chicago University (USA) negli anni venti e trenta del secolo scorso, e successivamente sviluppatasi in varie branche (ecologia urbana, ecologia sociale, scuola del complesso ecologico, ecologia umana sociologica, ecc.). Più specificamente l’ecologia sociale, studia le correlazioni ecologiste con quelle politiche e sociali. Essa parte dall’assunto che la vita è un sistema fortemente integrato sia a livello biologico, che sociale, che spirituale e di conseguenza fondamentalmente interdipendente. È definita dai suoi maggiori esponenti come “un approccio alla società ricostruttivo, ecologico, comunitario ed etico” (senza fonte). L’ecologia sociale sostiene che il modo in cui le persone si relazionano genera gli equilibri e/o gli squilibri (economici, sociali ed ecologici) che attualmente caratterizzano il nostro pianeta.

Il Produttivismo (orientamento di politica economica che tende a incrementare la produttività mediante un razionale sfruttamento di nuove tecniche di produzione e di distribuzione), la sovrapproduzione (squilibrio tra offerta e domanda, derivante da un eccesso della prima sulla seconda) e il consumismo (fenomeno economico-sociale, tipico dei paesi a reddito elevato ma presente anche nei paesi in via di sviluppo, consistente nell’aumento dei consumi per soddisfare i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni d’imitazione sociale diffusi) sono i sintomi e non le cause dei problemi più profondi che riguardano le relazioni sociali ed etiche all’interno delle nostre comunità.

Murray Bookchin (1921-2006), filosofo, sociologo ecologo, storico ambientalista e saggista statunitense,  dall’ecologia in senso lato giunse ad elaborare una teoria dell’ecologia sociale ovvero di una “ecologia della libertà” che è totalmente svincolata dal sapere convenzionale e da qualsiasi ideologia. In questo senso si deve parlare di un pensiero profondamente rivoluzionario, capace di sovvertire l’ordinaria visione del mondo e di noi stessi. È una concezione che vanta statuti teorici di tutto rispetto, spazia dall’antropologia alla filosofia, dalla storia delle religioni all’economia, dalla biologia al pensiero politico ecc.

La questione ecologica è per Bookchin legata in maniera indissolubile alla questione sociale, in quanto individua i problemi ad essa correlati come derivanti dai problemi sociali, così che i primi non possono in alcun modo essere considerati separatamente dai secondi, che ne sono la causa e non l’origine. La società ecologica ipotizzata da Bookchin è una società in “equilibrio di flusso”[1].

Ovvero una società immersa in un flusso di cambiamenti continui, caratterizzata da stati successivi di stabilizzazione, battute d’arresto e ristabilizzazioni. La società ecologica si dovrebbe quindi proiettare verso i mutamenti sociali radicali, indispensabili per annullare la cultura del dominio dell’uomo sulla natura, da cui deriva quello di dominazione dell’uomo sull’uomo. Oggetto di studio dell’ecologia sociale sono dunque, l’interazione  tra i comportamenti umani e le piccole  e grandi comunità, l’impatto sull’ambiente delle concezioni e delle politiche umane, le forme di relazionalità non incentrate su categorie quali quelle del “profitto” e dello “sfruttamento” la “coappartenenza” e la “convivialità” di tutti gli esseri e i sistemi viventi.

Sul versante pratico l’agire ecologico è la condizione imprescindibile per sostenere l’adozione da parte della collettività di comportamenti e stili di vita protettivi per la salute di tutti e di tutto il pianeta, che possono indurci a porre in second’ordine i nostri interessi immediati e ad adottare comportamenti rispettosi dell’ambiente fisico e relazionale. Le tematiche della sfida ecologica, propongono diverse giustificazioni di un agire ecologico, di un comportamento cioè che prenda finalmente atto dell’etica ambientalista. In tale studio gli ambienti e i gruppi sociali che li abitano, le tecniche di produzione, gli strumenti materiali ed ideali, le tecnologie, le mode, la diffusione di modelli di comportamento, gli stili di vita, hanno tutti pari importanza e sono da considerare i componenti di un sistema complesso e inscindibile. Il comportamento del singolo individuo deve così essere inteso, oltre che come prodotto delle grandi cause esterne, anche come causa, di tanti fenomeni rilevanti all’interno dello stesso sistema.

La teoria ecologico sociale è sostanzialmente una teoria della libertà (morale, giuridica, economica, politica, di pensiero, libertà metafisica, religiosa ecc) in cui l’uomo non si colloca alla sommità della gerarchia dei viventi, ma è una parte nel tutto. La concezione ecologico sociale implica la necessità di promuovere uno sviluppo umano equo e sostenibile capace di accettare e ristrutturare il contesto, sia nella forma che nel contenuto. Nell’ottica eco sociale, il concetto di “salute”, viene interpretato in termini di interrelazioni tra la specie umana e l’ambiente circostante: fattori microclimatici, organismi biologici, microrganismi, animali e piante, i costituenti inorganici dell’ambiente locale e i diversi aspetti culturali e le abitudini delle società, come p.e. la nutrizione, le abitudini voluttuarie, il lavoro e la condizione delle abitazioni.

L’esposizione ai rischi ambientali (inquinamento dell’aria, rumore, contaminazione dell’acqua, e rifiuti solidi), ai rischi fisici (pericoli industriali, occupazionali e di traffico legati alla complessità delle infrastrutture urbane), ai rischi sociali (malattie infettive, disoccupazione, disagio sociale e criminalità) si riflette in una disuguaglianza di salute e socio economica tra ricchi e poveri. La povertà intesa come privazione di una corretta alimentazione e di accesso alla scolarizzazione, al lavoro, a idonee abitazioni e al sostegno sociale, è ritenuta un indicatore di morbilità e mortalità, oltre che di malessere sociale.  La salute migliora, la mortalità diminuisce quando ci si riferisce ai gruppi sociali più forti, mentre la prima peggiora e la seconda aumenta (o almeno l’una non migliora e l’altra non diminuisce) nei gruppi più deboli da un punto di vista economico, sociale, culturale: così le diseguaglianze di salute crescono o, al più, restano stabili.

L’interpretazione dei risultati delle numerose ricerche in tal senso, effettuate a partire dalla fine degli anni novanta del secolo scorso, deve tuttavia tener conto del fatto che la percezione individuale di salute o malattia dipende molto, oltre che dalle condizioni reali di salute, dall’interazione con i sistemi sanitari, quindi con l’accessibilità alle cure. A parità di condizioni di salute possono corrispondere percezioni diverse di patologia, fortemente influenzate da fattori sociali e culturali. Bassi livelli culturali possono determinare la mancata percezione di problemi reali di salute, in grado di indurre patologie cronico degenerative quali diabete, malattie cardiovascolari e tumori che portano ad un sostanzioso incremento dei costi sanitari.

La salute è una risorsa per la vita quotidiana non lo scopo della vita (salutismo/malattismo), è un concetto positivo che sottolinea le risorse personali e sociali al pari delle capacità fisiche.

“I prerequisiti per la salute sono la pace, una casa, l’istruzione, la sicurezza sociale, le relazioni sociali, il cibo, un reddito, l’attribuzione di maggiori potenzialità alle donne, un ecosistema stabile, un uso sostenibile delle risorse, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani e l’equità”.

Alla luce di questa affermazione si deduce che uno stato di salute totale, è pura fantasia. Potremmo dire che la nostra esistenza si trova costantemente in una zona compresa fra il “non ancora sano” e il “non del tutto malato”. Salute è un concetto multidimensionale, è un processo dinamico sempre esposto al fattore di rischio (Dizionario di Antropologia Pastorale, Dehoniane, 1980 p.1031).

I principali problemi che interessano la salute delle nostre comunità sono rappresentati dalle conseguenze negative legate al fumo, alcol, scorretta alimentazione e sedentarietà che costituiscono i quattro fattori di rischio responsabili da soli del 60 % della perdita di anni di vita in buona salute, dell’86 % dei decessi in EU e del 75 % in Italia.

L’ OMS rileva che le principali malattie croniche non trasmissibili (MCNT), legate ai succitati 4 fattori di rischio, determinano la maggior parte della mortalità in Europa. Negli ultimi decenni si è registrato un progressivo aumento della speranza di vita (84 anni per le donne e 79 per gli uomini – dati 2010), ma a causa delle MCNT, che pesano per oltre il 60% sul carico di malattia globale, la speranza di vita libera da disabilità si attesta su valori molto più contenuti e simili per entrambi i sessi (circa 65 anni). Questi dati, già allarmanti, sono destinati a peggiorare per diverse ragioni, fra le quali la tendenza all’aumento del consumo di alcol, dell’inattività fisica, l’aumento di sovrappeso e obesità o l’aumento dell’aspettativa di vita con la quale cresce parallelamente la probabilità di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari e diabete.

Nei paesi a basso reddito le MCNT aggravano la povertà e ostacolano il raggiungimento di obiettivi di crescita. Quando le persone si ammalano o muoiono precocemente, è fortemente coinvolto oltre il singolo, il sistema famiglia e tutto il sistema produttivo. I costi per le cure possono essere devastanti a livello personale, o insostenibili per un sistema sanitario fragile. Quasi tutte le malattie sono bersaglio delle diseguaglianze sociali, di dimensioni impressionanti per tutte quelle correlate al consumo di alcol, tabacco e altre droghe, all’azzardo, all’obesità, alla scorretta alimentazione e sedentarietà, a condizioni di sicurezza in ambiente di lavoro, a quelle dipendenti dalla qualità delle cure mediche e a quelle correlate a condizioni di povertà nell’infanzia.

Molti comportamenti quali il fumo di tabacco, il consumo di alcol e dei cosiddetti comfort­ing foods e junk food, ricchi di zuccheri e grassi saturi, rappresentano fenomeni di un adattamento a condizioni di stress cronico (disagio socio economico, bassi livelli di istruzione ecc.) piuttosto che libere scelte individuali. L’obesità può essere considerata come uno degli attuali e più gravi problemi di salute pubblica della maggior parte dei paesi industrializzati. All’interno degli stili di vita individuali sono stati studiati i determinanti per la salute correlabili alle diverse fasce sociali di appartenenza. Le informazioni più valide sono quelle relative all’obesità e al fumo di tabacco. L’obesità mostra ovunque variazioni sociali nella stessa direzione di quella degli indicatori di salute.

In Italia si assiste ad una crescita esponenziale della popolazione in sovrappeso e obesa in tutte le fasce di età (obesità infantile, giovanile, dell’età adulta e oltre i sessantacinque anni d’età). Tale dato è tanto più preoccupante in quanto diverse ricerche epidemiologiche sottolineano la relazione tra la sempre maggiore quantità di comforting foods a disposizione, l’aumento del suo consumo, quello della popolazione in sovrappeso e le malattie ad esso correlate (Diabete mellito tipo 2, patologie cardiovascolari, etc.).

Secondo il concetto ecologico sociale, gli stili di vita della popolazione dipendono dalle relazioni esistenti tra i sistemi ecologici presenti nella comunità. I problemi correlati agli stili di vita a rischio, possono essere affrontati cambiando l’omeostasi di questi sistemi, cambiando la cultura della comunità, definita come l’insieme delle caratteristiche comportamentali trasmesse nella filogenesi e nell’ontogenesi.

L’unità di interesse dell’ecologia sociale non è il singolo individuo, bensì gli aggregati demografici localizzati, ovvero le comunità, intese come “famiglie di famiglie”.

Il concetto di promozione della salute si riferisce ad una specifica strategia definita dalla Carta di Ottawa (1986) come quel o quei processi che mettono in grado le persone e le comunità di sviluppare un maggiore controllo sulla loro salute e di migliorarla.

Tra le strategie proposte nella carta si sottolinea la necessità di permettere a tutte le persone di sviluppare al massimo le loro potenzialità di salute attraverso interventi di comunità centrati sullo sviluppo di abilità personali e collettive inerenti la salute. La promozione della salute rappresenta, dunque, un processo globale orientato alla trasformazione e al cambiamento delle condizioni sociali, ambientali, antropologiche culturali, economiche e strutturali e al potenziamento dei livelli di abilità delle persone rispetto a scelte di stili di vita salutari (empowerment for health).

Tali concetti sono sovrapponibili a quello già riportato sull’ecologia sociale intesa come “un approccio alla società ricostruttivo, ecologico, comunitario ed etico”. Più precisamente, partendo da diversi orientamenti disciplinari, cerca di integrare i diversi approcci che studiano le interazioni bio-culturali fra i gruppi umani e i diversi ecosistemi naturali e umani. L’obiettivo è quello di promuovere la giustizia sociale ed un uso sostenibile delle risorse per le generazioni future che hanno il diritto di ereditare una terra più abitabile, sana e pacifica.

Vladimir Hudolin (1922-1996) basò il suo concetto ecologico sociale sul lavoro dei Club, comunità multifamiliari autonome costituite da 2 a non più di 12 famiglie. Gli squilibri ecologici familiari vengono inquadrati come sistemici, in contrasto con la medicina classica che cerca di situarli esclusivamente in una dimensione biologica e/o psicopatologica.

Il Metodo Hudolin propone un cambiamento del comportamento della famiglia, degli stili di vita e della cultura della comunità, tale da consentire a tutti una crescita e maturazione come libera scelta, senza condizionamenti stigmatizzanti e/o emarginanti, ovvero “un’ecologia della libertà” proiettata verso trasformazioni sociali radicali, indispensabili per promuovere una comunità incentrata sulla solidarietà e sulla convivialità di tutti gli esseri e i sistemi viventi.

[1]Scorrimento”, “flusso”, ed “equilibrio” sono i componenti della parola tedesca “Fliessgleichgewicht” (equilibrio di flusso) la cui nozione Bertalanffiana è il concetto sistemico più importante, fra quelli offerti dallo scienziato austriaco, in vista della sua utilità per comprendere la formazione e il funzionamento di sistemi nell’area psicosociale.

L’approccio ecologico ai Problemi Oncologici Correlati (POC) di Giampaolo Carcangiu

“Quella notte in ospedale, nel silenzio rotto solo dal frusciare delle auto sull’asfalto bagnato della strada e da quello delle suore sul linoleum del corridoio, mi venne in mente un’immagine di me che da allora mi accompagna. Mi parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra: fin dall’inizio m’era toccato il cavallo bianco e su quello avevo girato e dondolato a mio piacimento senza che mai – me ne resi conto allora per la prima volta -, mai qualcuno fosse venuto a chiedermi se avevo il biglietto. No. Davvero il biglietto non ce l’avevo. Tutta la vita avevo viaggiato a ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto e, se mi andava bene, magari riuscivo anche a fare…. Un altro giro di giostra”. T. Terzani, 2004.

Dalla seconda metà del secolo scorso il trattamento delle patologie neoplastiche è progressivamente migliorato e la guarigione è oggi un evento possibile e più probabile rispetto al passato. In questo lavoro abbiamo voluto concentrare l’attenzione sulla globalità dei sistemi individuo, famiglia e comunità, in relazione ai concetti di cambiamento di “stile di vita”, miglioramento della “qualità della vita” e approccio ecologico sociale. Ho voluto iniziare con questa premessa perché sono fermamente convinto che: “La vita non è una proprietà privata. Nonostante siamo liberi di usarla a modo nostro, da un punto di vista etico, non siamo liberi di danneggiarla intenzionalmente o di distruggerla” (V. Hudolin, 1993). “Finché c’è vita c’è pericolo” affermava il celebre filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson (1803-1882) ragion per cui la nostra esistenza non può avere fine con la diagnosi di un tumore, né questa condizione deve rappresentare l’epicentro della quotidianità di un uomo, bensì l’occasione, per quanto inattesa, per iniziare a prendersi cura di sé stessi, dei propri cari e delle proprie relazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute, in modo provocatoriamente utopistico, come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non di semplice assenza di malattia”. Per tendere a tale condizione, ci si dovrà impegnare oltre che per la terapia delle malattie, anche per l’esaudimento delle proprie aspirazioni e per il miglioramento della qualità e della durata della propria e dell’altrui vita. La salute è quindi concepita come una risorsa per la vita e non come lo scopo della nostra esistenza; si tratta di un concetto positivo che pone l’accento sia sulle abilità personali e sociali che sulle quelle fisiche. In campo oncologico, secondo recenti studi, una persona su tre lamenta un disagio esistenziale tale da influenzare, in maniera significativa, la vitalità, i rapporti interpersonali, il ritorno al lavoro o alla quotidianità familiare e persino il desiderio di curarsi. Le emozioni tossiche, oltre che trasformarsi in malattie, sono causa di aggravamento delle stesse, incrementano la vulnerabilità personale e il senso di continuità e di minaccia reale della propria esistenza.

Dagli stessi studi si rileva che solamente in un caso su quattro tali problemi vengono correttamente riconosciuti e opportunamente contenuti. Capita così che le persone affette da un tumore e le loro famiglie decidano di “aiutarsi da sole” e di riunirsi in piccole comunità per parlare dei propri bisogni, delle difficoltà nei rapporti interpersonali, per stimolarsi nell’affrontare il loro disagio e per sostenersi a vicenda. Condividere ansie e preoccupazioni è terapeutico: serve a viverle come esperienze normali (le persone si sentono spesso isolate e “diverse” in un mondo che sembra organizzato esclusivamente per i sani) e quindi a gestirle consapevolmente.

La “Green Oncology”, letteralmente oncologia verde o ecologica, è un nuovo orientamento metodologico elaborato nel 2012 dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO), secondo cui le scelte oncologiche, devono conformarsi: al principio della sostenibilità ambientale; alla lotta allo spreco in un’ottica di appropriatezza prescrittiva, diagnostica, terapeutica,  organizzativa ed economica; alla impellente necessità di una prevenzione primaria, secondaria e terziaria o meglio di promozione di stili di vita sani per implementare il potere di controllo di tutti i cittadini rispetto alla protezione della loro salute;  alla preferenza dell’uso di trattamenti farmacologici somministrabili per via orale piuttosto che per via parenterale. Questi sono solo alcuni degli 11 punti del programma innovativo della “Green Oncology”.

Il bisogno di un’apertura del modello medico classico verso una visione ecosistemica ben si concilia con i principi “dell’ecologia sociale” come naturale sviluppo di un processo, quello antropologico spirituale, che presuppone la consapevolezza della complessità dei “problemi esistenziali” e la necessità che essi vengano affrontati nelle comunità dove le persone vivono e lavorano. A partire dal secondo dopoguerra, un approccio ai disagi esistenziali, meglio conosciuto come “metodo Hudolin”, in riferimento al suo ideatore lo psichiatra croato Professor Vladimir Hudolin (1922-1996), si è affermato e sviluppato nel panorama internazionale riscontrando larghi consensi. Esso propone un’originale interpretazione di tali sofferenze e una loro semplice ma efficace soluzione che si basa sullo strumento operativo “Club”. Il Club in origine, sin dal 1964, anno della costituzione della prima comunità multifamiliare a Zagabria, era stato organizzato per affrontare i problemi alcol correlati sulla matrice delle comunità terapeutiche londinesi di Maxwell Jones (1907-1990). La comunità terapeutica di Jones era un nuovo metodo di terapia di gruppo che rappresentava uno strumento rivoluzionario per il trattamento dei disturbi mentali. Gli incontri del Club erano settimanali e tendevano al conseguimento di semplici obiettivi per il mantenimento dell’astensione dal consumo di alcol. Via via, con l’accrescersi delle esperienze, il Club ha in seguito interpretato, e interpreta tutt’oggi, un valido modello di comunità multifamiliare inserita nella comunità locale e impegnata nel processo di protezione e promozione della salute dove sono compresi anche i problemi correlati alle patologie oncologiche. Hudolin era solito affermare che “il Club può essere utilizzato per tutte le sofferenze e i disagi esistenziali e le loro varie combinazioni”. Si può quindi affermare che il Metodo Hudolin abbia piena legittimazione scientifica anche nell’approccio ai POC.

Occorre sottolineare che il Club non si occupa della terapia delle “patologie oncologiche”, questa è di pertinenza della medicina, dei medici e dei loro collaboratori, bensì del disagio esistenziale e dei fattori antropo culturali, che influiscono in maniera significativa su tale sofferenza. L’approccio ecologico sociale focalizza l’attenzione non sulla malattia e sul malato, bensì sulla persona e sul sistema famigliare, dove quest’ ultimo acquista un’importanza fondamentale sia come partner nelle scelte e nelle decisioni che devono essere sempre più condivise, sia nel processo di crescita e cambiamento continui che deve proseguire al di là della malattia. Con il termine sistema si intende il complesso degli elementi interconnessi da relazioni reciproche. Tali elementi, pur mantenendo ciascuno la propria individualità, nel loro insieme danno vita a un tutt’uno con nuove e diverse proprietà.

La famiglia è un sistema le cui parti sono i suoi diversi membri i quali, tramite le loro azioni, contribuiscono a determinarne lo sviluppo. Tale entità è dotata di caratteristiche e norme proprie. L’azione di ogni componente del sistema esercita un’influenza sugli altri e sull’intera famiglia. Gli equilibri della famiglia sono instabili in quanto essa è un sistema dinamico in continuo cambiamento. In virtù di queste caratteristiche, il disagio del singolo assume un significato “relazionale” oltre che “soggettivo”. La sofferenza del sistema famiglia, di fronte a un cambiamento inaspettato come la patologia oncologica di uno dei suoi membri, è spesso legata ad un’insufficiente capacità della stessa di riconoscere e scoprire le proprie risorse riorganizzative.

Situazioni che turbano gli equilibri famigliari possono determinare un irrigidimento dei meccanismi di funzionamento del sistema stesso, ovvero un’opposizione al cambiamento, oppure un adattamento verso nuovi equilibri. Sistemi rigidi e chiusi non sono in grado di evolvere e, in genere, determinano una sofferenza nei propri membri proprio perché si oppongono al naturale mutare delle cose.

Sin dagli anni ’60 del secolo scorso la “family stress and coping theory” studia la diversa capacità delle famiglie di fronteggiare gli eventi stressogeni, analizzando le strategie che la famiglia adotta, le risorse di coping e d’adattamento attivo e organizzativo di cui dispone. La famiglia va considerata un sistema sofferente di cancro, i suoi membri condividono la stessa esperienza emotiva di minaccia di separazioni e perdite di relazioni affettive. Va da se che la qualità di vita individuale e del sistema familiare deve essere uno degli aspetti su cui rivolgere la massima attenzione in ambito oncologico onde ridurre, quanto più è possibile, il rischio che si sviluppi la cosiddetta “fatigue – cancro correlata”, che attualmente, ha assunto un interesse considerevole per il suo peso sulle attività quotidiane degli individui.

La “fatigue” è definita come quel fenomeno multidimensionale che si sviluppa nel tempo; riduce i livelli di energia, le capacità mentali e lo stato psicologico delle persone che la descrivono come senso di stanchezza, depressione, letargia e perdita dell’energia vitale che può essere di breve durata o protrarsi anche per alcuni anni dopo il trattamento (ICD 10th Revision Clinical Modification,2000). Il richiamo alla “Resilienza” ovvero “alla capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante le situazioni difficili” rappresenta l’indicazione indispensabile per costruire l’atteggiamento mentale e culturale che possa esprimersi attraverso l’abilità di ciascuno a superare eventi stressanti o traumatici e a riorganizzare in maniera positiva la propria vita. Il concetto di resilienza ben definisce le potenzialità dei sistemi naturali di assorbire una sofferenza e di ridefinirne il significato e la funzione in termini di crescita e cambiamento continui. Il sistema ha quindi, grazie alla resilienza, la capacità di evolversi e garantire la vitalità delle funzioni e delle strutture del sistema stesso. Sulla base di queste premesse l’idea del “manuale dei Club Insieme” è nata e si è sviluppata per tentare di dare una risposta all’emergente “voglia di comunità” ovvero al desiderio di “… un luogo caldo, intimo, confortevole, sicuro, dove la comprensione e l’aiuto reciproco sono garantiti” (Z. Bauman,2001). Tale bisogno naturale, spontaneo e intrinseco nell’essere umano trova, nel lavoro del Club, una risposta semplice, efficace e gratuita che si propone di affrontare le sofferenze e le gioie della vita insieme e con trasporto solidale trascendendo dalla patologia oncologica.

Bibliografia

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Il lavoro di gruppo: cenni storici

“Io ero un corpo. Un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse sono anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volerne o poterne tenere di conto. Neppure nella terapia. Quel che veniva attaccato era il cancro, un cancro ben descritto nei manuali, con le sue statistiche di incidenza e di sopravvivenza, il cancro che può essere di tutti. Ma non il mio”. T. Terzani (2004)

La pratica de “S’ajudu torrau” (letteralmente scambio d’aiuto o mutuo aiuto) è l’espressione sarda che indica le forme di aiuto reciproco, di condivisione e di scambio di saperi – informazioni intorno alle comunità. Attraverso queste pratiche veniva affermata la cittadinanza solidale, lo sviluppo di una comunità competente capace di individuare e affrontare i problemi mobilitando le proprie risorse verso la soluzione degli stessi e il miglioramento continuo della qualità della vita. Un esempio esaustivo di mutualità è rappresentato dall’antica pratica della “Paradura, o Ponidura”, istituto, ancora praticato, che concretizza la solidarietà tra i pastori della Sardegna. Quando un pastore perde il gregge (calamità naturali, furti, malattie) gli altri pastori donano allo sfortunato collega una o più pecore (a seconda delle disponibilità di ognuno) offrendogli così la possibilità di ricominciare la sua attività senza che questi assuma alcun debito nei confronti dei donatori se non l’impegno morale di ricambiare il gesto in caso di necessità.

Il nome “paradura” deriva dal verbo “parare” che in lingua sarda significa formare, creare (in questo caso un gregge) mentre la definizione “ponidura” deriva da “ponnere” che in lingua sarda significa mettere a disposizione. S’ajudu torrau può essere inteso come l’espressione spontanea di ecologia sociale, connaturata nell’uomo, della solidarietà popolare.

La pratica dell’auto mutuo aiuto (AMA), come afferma l’OMS, è l’insieme di tutte le misure adottate da figure non professioniste per promuovere, mantenere o recuperare la salute e costruire un capitale umano.

I gruppi di auto mutuo aiuto (A.M.A) hanno una lunga storia. Nati formalmente negli Stati Uniti d’America nei primi anni del secolo scorso, essi riproducevano un po’ i “filò”, ovvero quei gruppi umani tipici delle realtà contadine, analoghi ai gruppi di auto mutuo aiuto odierni. Il termine ”filò” deriva, presumibilmente, da “filare”, cioè dal lavoro che le donne in particolare andavano a svolgere d’inverno nelle stalle. Tale consuetudine, in seguito, si stabilizzò e gli incontri serali coinvolsero sempre più persone. Durante la stagione più fredda, sia in montagna sia in pianura le persone si riunivano per stare al caldo, per passare il tempo, per recitare il rosario, per sentire qualche novità del paese o dei dintorni.  “Far filò” voleva anche significare quel dialogare tra piccoli gruppi di persone, raccontare, custodire e trasmettere le tradizioni.

Più formalmente, intorno alla seconda metà del XIX secolo, nacquero in Italia le Società Operaie di Mutuo Soccorso (SOMS) ovvero associazioni, che originariamente videro la luce per sopperire alle carenze dello stato sociale ed aiutare così i lavoratori a darsi un primo apparato di difesa, nel caso di incidenti sul lavoro, malattia o perdita del posto di lavoro.

Le SOMS nacquero come esperienze di associazionismo, di mutuo sostegno e solidarietà nel mondo del lavoro. L’età d’oro” delle SOMS fu quella tra i due decenni del 1860 e 1880.

All’inizio del XX secolo con l’avvento del fascismo le SOMS vennero sciolte o incorporate in organizzazioni del partito.

Si deve a Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921), illustre filosofo russo, la prima rassegna storica sul mutuo aiuto. L’autore pubblicò il celebre testo “The Mutual Aid, a factor of evolution”. Le idee contenute in questo libro hanno trovato conferma pressoché in ogni ambito della vita sociale: dalla nascita delle succitate società di mutuo soccorso alla diffusione della cooperazione, dal sorgere delle organizzazioni di protezione civile alla crescita d’iniziative legate al volontariato medico e assistenziale, sino alle manifestazioni di solidarietà popolare che scaturiscono in modo spontaneo per superare collettivamente gravi disastri e calamità.  L’opera di Kropotkin e le sue originali intuizioni sulla cooperazione e il mutuo aiuto, intesi come fattori evolutivi essenziali, hanno resistito nel tempo e continuano a rappresentare un riferimento chiaro e pratico per l’organizzazione dei sistemi di auto-mutuo aiuto.

La nascita “ufficiale” dei gruppi di auto mutuo aiuto viene fatta risalire convenzionalmente al 1935, anno di fondazione degli Alcolisti Anonimi (Alcoholics Anonymous). Va ricordato che tale associazione, considerata il prototipo del movimento dell’Auto Mutuo Aiuto nel mondo, deve indirettamente la propria origine al celebre psicoanalista Carl Gustav Jung (1875-1961). Questa vicenda poco nota è stata chiarita dalla recente pubblicazione di uno scambio di lettere tra uno dei cofondatori dell’Alcoholics Anonymous e Jung. Attorno al 1931 Roland H. si rivolse a Jung per i suoi problemi di alcol, che lo sottopose a psicoterapia per circa un anno. Roland H. però ebbe subito dopo una ricaduta. Ritornò da Jung che con franchezza gli disse che un ulteriore trattamento medico o psichiatrico non avrebbe avuto con lui speranze di successo. Roland H. gli chiese se poteva sperare in qualche altro rimedio, e Jung gli rispose che lo poteva solo a patto che fosse capace di compiere personalmente un’esperienza spirituale o religiosa, dalla quale trarre motivazioni completamente nuove per la propria vita. Roland H. divenne membro dell’Oxford Group, un movimento luterano orientato alla rinascita spirituale mediante l’adesione ai valori della solidarietà, dell’onestà e della purezza.

Qui Roland H. ebbe l’esperienza religiosa della propria conversione, liberandosi dalla propria coazione al bere e dedicandosi all’aiuto di altri alcolisti. Uno di essi, Eddy, seguì il suo esempio, si unì all’Oxford Group e riuscì anch’egli a liberarsi della sua coazione al bere. Nel novembre 1934 Eddy fece visita all’amico Bill, il cui caso era considerato senza speranze, e gli riferì la propria esperienza. Bill in seguito ebbe un’esperienza religiosa e la visione di una società di alcolisti che trasmettevano l’uno all’altro la propria esperienza. Eddy e Bill fondarono poi la Society of Alcoholics Anonymous, la prima “società di eguali” nata con l’intento di trovare una valida alternativa ai “tradizionali” percorsi di cura e fondata sul riconoscimento delle potenzialità del singolo, oltre che sull’acquisizione di uno stile di vita sano.  I successivi sviluppi della Society of Alcoholics Anonymous sono a tutti noti (Ellenberger, 1976). Il programma AA rivolge una grande attenzione alla responsabilità individuale in una prospettiva di cambiamento personale, con una serie di tappe precise (12 passi) e con riconoscimenti che sanciscono la maturazione verso la meta di totale sobrietà finale (AA, 1953). Gli Alcolisti Anonimi si diffusero velocemente negli Stati Uniti e in Europa, applicando i loro principi non solo al problema alcol, ma estendendolo anche ad altre forme di disagio. Fra queste, i problemi azzardo correlati, con la nascita nel 1957 a Los Angeles di Gamblers Anonymous (Giocatori Anonimi), associazione che nel 2005 contava più di 1000 gruppi negli Stati Uniti e che si è diffusa in molti altri paesi del mondo.

Prima di Alcolisti Anonimi, nel periodo della rivoluzione industriale, meritano una citazione le Friendly Societies in Gran Bretagna e le Trade Unions negli Stati Uniti. Queste “società di eguali” promuovevano la cooperazione e il sostegno reciproco tra i gruppi di lavoratori per fronteggiare i loro bisogni socio-economici (Albanesi, 2004).

I gruppi di auto mutuo aiuto si svilupparono ulteriormente a partire dagli anni ’70, periodo in cui si affermarono numerosi movimenti sociali, come quelli femminili, per i diritti civili, il movimento consumatori, e a partire dal 1979 in Italia, e in quasi tutti i Paesi del mondo, quello delle comunità multifamiliari dei Club degli alcolisti in trattamento (CAT), poi Club Alcologici Territoriali (CAT) o più semplicemente “Club Hudolin” dal nome del loro ideatore Prof. Vladimir Hudolin (1922-1996), psichiatra croato di fama mondiale. I Club sono comunità di famiglie che operano a pieno titolo nella comunità locale sia per accogliere tante altre famiglie segnate dalla sofferenza alcol correlata sia per porsi come agenti di cambiamento della cultura sanitaria e generale rispetto al consumo di alcolici. I Club sono una risorsa fruibile ed accessibile per tutti i cittadini di un territorio, utili sia al superamento dei disagi alcol correlati sia alla promozione del benessere delle famiglie della comunità locale. Attualmente assistiamo ad una presenza capillare di Club e realtà di self-help organizzati con modalità diverse e rivolti alle molteplici tipologie del disagio, presenti nella nostra società. Nel campo oncologico, ad esempio, è emblematica l’esperienza del Sig. Orville Kelly da Burlington (Iowa-USA) che nel 1974 scrisse una lettera ad un giornale locale esponendo la sua condizione di malato di cancro. Dopo aver ricevuto numerose lettere da altri malati e loro familiari, decise di costituire un gruppo in cui le persone affette da tali patologie potessero aiutarsi vicendevolmente, soprattutto attraverso il sostegno reciproco. Nacque così il primo gruppo AMA “Make today count” letteralmente “fai in modo che oggi conti”. Attualmente “Make today count” è ampiamente diffuso negli USA con migliaia di associati tra malati, familiari, operatori professionali e comuni cittadini (P.R. Silverman,1989). Il “Candlelighters” (bambini affetti da patologie oncologiche) conta negli USA numerosi gruppi AMA distribuiti nel territorio. Nati nel 1970 hanno come obiettivo quello di far scoprire le risorse interne al sistema famiglia per affrontare i POC rompendo la tendenza all’isolamento che caratterizza la famiglia con difficoltà analoghe. Altre rilevanti iniziative di auto mutuo aiuto nello specifico dei POC come i Consurmount, la International Association of Laryngectomees, il Living with Cancer, Mastectomy Recovery Plus, il National Committee on the treatment of Intractable Pain, Reach to Recovery, Self-Help Action and Rap Experience rappresentano solo alcune tra le più note organizzazioni di sostegno statunitensi. Sulla base dell’esperienza americana sono nati in varie parti della nostra penisola numerosi gruppi AMA. Fra i più conosciuti vi sono quelli per le donne con un tumore al seno e quelli per l’elaborazione del lutto.  Ad oggi si contano oltre 10mila tra gruppi AMA e Club in tutta Italia che coinvolgono circa 200mila persone. Essi nascono spontaneamente, si riuniscono una volta la settimana, spesso in case private, si sviluppano prevalentemente col passaparola e rappresentano ormai una risposta autorganizzata efficace ai POC, alla elaborazione del lutto alla depressione, ai problemi alcol, azzardo, droga correlati, alla solitudine, all’obesità e altri disturbi del comportamento alimentare al burn out ecc. I problemi correlati alle patologie oncologiche (POC), economici, assistenziali, psicologici, di disagio esistenziale e relazionali, interessano tante famiglie delle nostre comunità, per le quali il nostro impegno di operatori della salute deve essere quello di offrire un aiuto concreto per un cambiamento delle condizioni di vita delle famiglie, che vivono una sofferenza di pressante minaccia di vita, partendo dai valori come solidarietà, condivisione, speranza, responsabilità, attivazione e reciprocità che rappresentano le peculiarità dell’essere umani. Soprattutto nelle situazioni più difficili e precarie, unirsi in piccole comunità per cooperare e aiutarsi ha rappresentato da sempre un mezzo semplice, naturale ed efficace per il superamento delle avversità della vita.

L’AMA, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è l’insieme di tutte le misure adottate da figure non professioniste per promuovere, mantenere o recuperare la salute e costruire un capitale umano.

Il concetto di promozione della salute si riferisce ad una specifica strategia definita dalla Carta di Ottawa (1986) come quel o quei processi che mettono in grado le persone e le comunità di sviluppare un maggiore controllo sulla loro salute e di migliorarla. Tra le strategie proposte si sottolinea la necessità di permettere a tutte le persone di sviluppare al massimo le loro potenzialità di salute attraverso interventi di comunità centrati sullo sviluppo di abilità personali e collettive inerenti la salute. La promozione della salute rappresenta, dunque, un processo globale orientato alla trasformazione e al cambiamento delle condizioni sociali, ambientali, antropologiche culturali, economiche e strutturali e al potenziamento dei livelli di abilità delle persone rispetto a scelte di stili di vita salutari (empowerment for health).

La maggior parte dei problemi di salute che si sviluppano nelle famiglie, fra gli amici o al lavoro possono, più spesso di quanto non sembri, essere affrontati o risolti in gruppo discutendo e consigliandosi con le persone che sono in rapporto fra loro in gruppi naturali, Club o di Auto Mutuo Aiuto (Yablonsky, 1978). Bisogna ricordare, infatti, che i valori a cui si ispirano tali iniziative autonome sono in accordo con quelli dei movimenti di umanizzazione della psichiatria, fondati sul principio della de-medicalizzazione degli interventi e dei servizi (Totis e Zanichelli, 2007).

L’approccio A.M.A. così come quello ecologico sociale dei Club, fonda il suo successo sull’opportunità di condivisione esperienziale fra persone che vivono situazioni analoghe e il bisogno di aiutarsi l’un l’altro per affrontare i problemi comuni.

I gruppi A.M.A. e i Club sono una realtà in costante espansione nel nostro Paese. Si tratta di un modo di affrontare i problemi sociali che fa appello al senso di comunità, contribuendo a rafforzarlo. Proprio il concetto di “comunità” si rivela essenziale nell’auto mutuo aiuto e allo stesso tempo lo incorpora, considerando che la comunità ha assunto da sempre un ruolo fondamentale soprattutto nelle condizioni di disagio, per alleviare la sofferenza e per superare l’isolamento. La comunità è ambito privilegiato dove tutti i componenti hanno la possibilità di sviluppare il senso di appartenenza e di investire per promuovere benessere nella misura in cui hanno la possibilità di partecipare, influenzare, scegliere, trovare risposte e soluzioni. È in questo senso che i gruppi A.M.A. e le comunità multifamiliari dei Club Territoriali possono essere visti come occasione per accrescere la possibilità dei singoli di controllare la propria vita, di promuovere il sentimento di appartenenza e di connessione condivisa di valori, credenze e aspettative comuni (Colombo, 1996). I Club si configurano come “famiglia di famiglie”, come spazi di solidarietà inter-familiari, nei quali appartenenza e vicinanza rappresentano costanti imprescindibili per produrre benessere, e nei quali diviene centrale il rapporto orizzontale tra pari, di collaborazione tra famiglie in quanto “sorelle di una stessa condizione” (Costa Zezzo, 1996). Nel Club prende forma e si manifesta la solidarietà, quella solidarietà che vede, in primis, nella famiglia e nella comunità gli archetipi di strutture solidali.

L’organizzazione dei Club è piuttosto spontanea, l’unica regola è non andare oltre le 10-12 famiglie. La periodicità degli incontri è settimanale in sede e orario fissi. I membri del Club sono le famiglie e un facilitatore. Si tratta di riunioni tra “pari”, persone che vivono una stessa situazione e quindi, anche senza saperlo, sono già “esperte” in un determinato problema. Quello del facilitatore è un ruolo chiave e delicato: con la sua attività di moderazione egli può fare emergere le potenzialità del Club. Ecco perché è necessario e indispensabile la   formazione specifica per promotori/facilitatori.

Il facilitatore, volontario o professionista, è il primo servitore del Club, colui che può attivare e sostenere la loro nascita e il loro sviluppo nel territorio o all’interno delle organizzazioni. I corsi sono rivolti ai professionisti dei servizi sociali, sanitari ed educativi, ai cittadini e volontari, e offrono la possibilità di acquisire conoscenze, abilità e supporti operativi utili a promuovere o facilitare le reti di solidarietà. Il lavoro di rete è qualcosa di più ampio di una tecnica o di un modello di lavoro, è  soprattutto una mentalità, una nuova cultura di approccio ai problemi sociali, è  superare il modello causa-effetto, superare un approccio deterministico e lineare, vedere la complessità dei fenomeni, la multidimensionalità della sofferenza umana, è credere che in ogni uomo ci siano, seppur nascoste, innumerevoli potenzialità, è attivare la comunità perché in essa ci sono sì gli elementi dei problemi, ma anche quelli per le loro soluzioni.

Bibliografia

Albanesi C. (2004), I Gruppi di Auto-Aiuto. Carocci ed., Roma.
Alcoholics Anonymous (1939), The Story of How Many Thousands of Men and Women Have Recovered from Alcoholism. Alcoholics Anonymous World Services, Inc. (Trad. it.: Alcolisti Anonimi, 1980).
Alcoholics Anonymous (1953), Twelve Steps and Twelve Traditions. Alcoholics Anonymous World Services, Inc. (Trad. it.: Dodici passi, dodici tradizioni, 1987)
Carcangiu G. ( 2011), Progetto Domino, Manuale di Self Help, Cagliari.
Carcangiu G. (2014), Vladimir Hudolin, Storia di una rivoluzione scientifica. Teoremauno ed., Cagliari
Carcangiu G. (2017), Il Manuale dei Club Domino, l’azzardo e i problemi azzardo correlati. Grafica del Parteolla ed., Cagliari.
Casula F.C. (2001), Dizionario storico sardo, Carlo Delfino ed., Sassari.
Colombo D. (1996), La promozione di una comunità solidale; dalle responsabilità istituzionali e professionali a quelle dell’auto-mutuo aiuto. Servizi sociali, 4, 9-29.
Costa Zezzo C. (1996), Benessere e relazioni di cura: dalla famiglia al gruppo di auto-mutuo aiuto. Il gruppo A.M.A. come spazio di solidarietà inter-familiari. Servizi Sociali, 4, 30-39.
Ellenberger, H.F. (1976), La scoperta dell’inconscio. Bollati Boringhieri, Torino.
Hudolin V. (1990), Manuale di Alcologia. Erickson ed., Trento.
Krotopkin P. (1955), Mutual Aid: A Factor of Evolution. Extending Horizons Books, Boston.
Mead M. (1988), Popoli e paesi. Feltrinelli, Milano.
Pigliaru A. (1959), La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Giuffrè ed. Milano.
Silverman P.R. (1989), I gruppi di auto mutuo aiuto. Erickson ed., Trento.
Totis A., Zanichelli G. (2007), I Gruppi di auto-mutuo aiuto. Storia, definizioni e tipologie dell’aiuto. Pubblicato sul sito http://www.amalo.it.
Yablonsky L. (1978), Psicodramma. Principi e tecniche. Astrolabio, Roma.
Zecchinato G. (1992), L’intervento di rete nella dipendenza da sostanze. Progetto giovani e salute, Regione Veneto.

I Problemi Oncologici Correlati (POC)

“Il coraggio è il superamento della paura”. T. Terzani (2004)

Quando ad una persona viene comunicata la diagnosi di tumore, si vedono emergere tutte le paure e le ansie legate ad un nuovo e inaspettato evento doloroso. Viene messo in discussione il perché della vita, la sua insicurezza, le delusioni, le difficoltà di vivere il presente, le insoddisfazioni e le solitudini che si generano nel confronto con la complessità e le incertezze della nostra esistenza. Pur essendo “Disagio” una parola costruttiva, indica infatti uno stato nel quale non ci si trova a proprio agio, molte persone, per quanto assurdo possa sembrare, tendono a rifiutare qualunque aiuto, seppure nella sofferenza che questo atteggiamento comporta. Al momento della diagnosi inoltre il senso di panico e disperazione si estende a tutti gli ambiti della vita, al futuro visualizzato spesso come un peregrinare tra ospedali, cliniche, medici, medicine e ripetuti esami clinici. Altre volte si rileva un atteggiamento di negazione della malattia, come tentativo di rispondere al rifiuto del dolore e delle sue conseguenze. Questa tendenza può essere controproducente e dannosa in quanto la negazione della realtà non può modificare quanto è già avvenuto, non pronunciare la parola tumore non lo fa scomparire, al contrario può esporre al rischio di sottovalutare la gravità e o peggio di ignorare le terapie mediche praticabili. Un altro atteggiamento fortemente negativo è l’isolamento sociale che spesso riguarda tutto il sistema familiare, chiuso nel carico di emozioni e paure e costretto a sostenere in solitudine il peso della sofferenza. Parlare di un problema, qualunque esso sia, permette di dare libera espressione alle emozioni, a gestirle e a contribuire ad una migliore accettazione e sopportazione anche fisica della malattia e del suo trattamento. I problemi correlati alle patologie oncologiche (POC) si configurano quindi come sofferenze multidimensionali che investono tutte le aree di vita dell’individuo e della sua famiglia:

  • La dimensione psicologica – ossessione della malattia, senso di impotenza, nervosismo, irritabilità, ansia, alterazioni del tono dell’umore, aumento dell’impulsività, distorsione della realtà;
  • La dimensione somatica – alterazione dell’alimentazione, cefalee, conseguenze fisiche legate alla malattia e ai trattamenti chemioterapici antineoplastici, consumo di alcol, tabacco, etc.;
  • La dimensione relazionale e sociale – danni economici, danni morali, sociali, familiari, professionali, isolamento sociale e stigmatizzazione;
  • La dimensione spirituale – il disagio spirituale è accompagnato da un senso di impotenza davanti ai problemi e di impossibilità di capirli.

Esso si riferisce alla perdita di ogni interesse.  Accanto alla malattia oncologica si può insinuare un malessere interiore che si manifesta quando il coinvolgimento nelle attività vitali perde di significato, un malessere che indebolisce la forza d’animo, la capacità di progettare, di sognare e di sperare. L’uomo è un essere con una struttura biofisica della quale fa parte la spiritualità. Il Prof. Hudolin ha definito la spiritualità antropologica “un sentire comune che va al di là dei credi religiosi ed è insito nella natura umana: ci spinge a prenderci cura dell’altro in quanto esseri umani, a riconoscere ed accettare le diversità, alla solidarietà. Quella parte dell’uomo che non si può definire in termini materiali e che ci rende diversi dagli altri esseri viventi. Mi riferisco all’emozionalità, all’etica, all’amore, all’amicizia, ad una serie di regole del comportamento innate ed ereditate, alla religiosità, alla fede, alla politica e a molti aspetti profondamente umani…”. Hudolin definisce Il disagio spirituale situandolo tra i problemi legati alla non accettazione di se stessi, del proprio comportamento e del proprio ruolo nella comunità, della cultura sociale esistente e della prevalente giustizia sociale. Tali sofferenze possono essere alleviate con diversi approcci: psicoterapici individuali, di coppia, di gruppo, informali. Tra questi ultimi quello ecologico sociale o Metodo Hudolin, che si fonda sul lavoro delle comunità multifamiliari dei Club, offre la possibilità di un miglioramento della qualità della vita individuale e familiare. I Club propongono un nuovo percorso di solidarietà, crescita e cambiamento «insieme», in un clima di fiducia e condivisione. Il Club è una piccola comunità d’azione dove tutti sono responsabili di tutti in un’ottica di interdipendenza, esso è parte della comunità in cui opera, è facilmente accessibile, gratuito e costituito da famiglie differenti per sesso, età, educazione e professione.

Bibliografia

Hudolin V. et Al. (1992), Verso un concetto ecologico di salute. Erickson ed., Trento.
Hudolin V. (1991), Manuale di alcologia. Erickson ed., Trento.
Hudolin V. (1995), Sofferenza multidimensionale della famiglia. Busti ed., Verona.
Maio M. (2017), Il corpo anti cancro. Piemme ed., Milano.
Terzani T. (2004), Un altro giro di giostra. Longanesi ed., Milano.
Carcangiu G. (2011), Progetto Domino, Manuale di Self Help. Cagliari.
Carcangiu G. (2017), Il manuale dei Club Domino, l’azzardo e i problemi azzardo correlati, Grafica del Parteolla ed., Cagliari.
Carcangiu G. (2014), Vladimir Hudolin, Storia di una rivoluzione scientifica. Teoremauno ed., Cagliari.
Carcangiu G. (2011), Manuale di EcoAlcologia, Teoremauno ed., Cagliari.

L’azzardo non è un gioco di Giampaolo Carcangiu

L’azzardo e i Problemi Azzardo Correlati (PAC)

L’azzardo nella storia

L’azzardo: aspetti fenomenologici

L’azzardo e i Problemi Azzardo Correlati (PAC)

 “è nel giocare che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé”.

D.W. Winnicott (1974).

Il Gioco è una qualsiasi attività a cui si dedicano per svago bambini e adulti, per il piacere di esercitare il corpo e la mente. È una pratica strutturata e liberamente scelta, svolta individualmente o in gruppo, unicamente finalizzata al divertimento e non praticata per altri scopi o necessità immediati. Va sottolineata altresì la funzione biologica del gioco quale fondamentale forma di apprendimento e di sviluppo dell’uomo come di molte altre specie animali. Sulla base di queste considerazioni concettuali il gioco ha funzioni pedagogiche e psicologiche, è uno strumento educativo per lo sviluppo cognitivo, è un fenomeno antropologico e socioculturale, è una forma di comportamento governata da regole concordate.

Il gioco e il divertimento sono espressioni vitali, legittime e indispensabili, sia nelle loro forme ricreative, agonistiche, sportive, artistiche e culturali, sia in quelle socializzanti, che accompagnano l’uomo lungo l’arco della sua esistenza. Esso è quindi un’attività molto complessa che prevede il rispetto delle regole stabilite, l’imprevedibilità del risultato, il piacere e al contempo la consapevolezza che deve essere circoscritto all’interno di uno spazio temporale ben definito. Il gioco stimola lo sviluppo delle funzioni psichiche, della creatività e della manualità. L’obiettivo “divertimento” rappresenta lo scopo essenziale delle attività ludiche che devono, per definizione, contenere la libertà del giocatore di entrare ed uscire da tale contesto a proprio piacimento.

E’ questo il caso dei giochi di competizione (Agon), di imitazione (Mimicry)  e di vertigine (Ilinx) già descritti da R. Caillois  nel celebre volume “I giochi e gli uomini” (1958). Per J. Huizinga (1938) il gioco è un’attività libera, disinteressata, in quanto non legata a interessi materiali o di sopravvivenza; deve mantenere una precisa dimensione di temporaneità; è articolata secondo un sistema di regole specifiche, artificiali e inderogabili cui il giocatore si assoggetta sempre per libera scelta.

La parola gioco si accosta comunemente seppure in modo inappropriato al termine “azzardo” dall’antico “hasard”, parola francese associata all’araba “az-zahr” che significa   dado, ovvero uno degli oggetti più antichi a cui si lega la tradizione delle scommesse. Nel Vangelo secondo Giovanni (Giov. 19,23-24), ad esempio, viene narrato uno degli episodi più conosciuti nella storia del cristianesimo in cui figura l’azzardo:

“I soldati, quand’ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e anche la tunica. Ma la tunica era senza cucitura, tessuta dalla parte superiore tutta di un pezzo. Dissero dunque fra di loro: Non dividiamola, ma tiriamo a sorte di chi sarà. è così che si compì la Scrittura che aveva detto: Si sono spartite fra loro le mie vesti. E per il mio vestito hanno tirato la sorte”.

Lo storico olandese J. Huizinga nella sua pregevole opera “Homo Ludens” (1938) non comprende l’azzardo tra le attività ludiche, mentre il sociologo francese R. Caillois lo classifica all’interno dei giochi di “Alea”, il cui risultato è unicamente affidato al caso, sottolineandone oltremodo la pericolosità. Lo stesso nel 1962 definì l’azzardo come attività che si basa esclusivamente sulla fortuna e non sulle abilità o sulle caratteristiche fisiche dell’individuo. Nell’azzardo, infatti, gli aspetti ricreativi diventano insignificanti e/o secondari rispetto alla messa in gioco di una posta in denaro o di altri beni, al bisogno di rischiare, di riprovare, di continuare a tentare la fortuna anche a fronte di perdite clamorose e devastanti. Lo psicoterapeuta canadese R. Ladoucuer (2000), descrive l’azzardo come un’attività avente tre caratteristiche fondamentali:

1) lo scopo è quello dell’ottenimento di un premio (denaro o altro);
2) per parteciparvi è necessario rischiare una somma più o meno ingente di denaro o equivalenti e la posta è irreversibile;
3) la vincita è dovuta al caso e non alla perizia dello scommettitore.

Alcuni tipi di azzardo sembrano presentare maggiori rischi di additività, ossia sembrano essere più potenti di altri nel produrre problemi azzardo correlati (PAC). M. Croce (2001) ha operato, in tal senso, una distinzione fra “giochi pesanti” e “leggeri” in base al tempo che intercorre tra la puntata e il pagamento delle eventuali vincite (ravvicinate nei “pesanti”, dilatate nei “leggeri”), in base alla frequenza tra una puntata e l’altra (breve nei “pesanti”, lunga nei “leggeri”) ed infine in base alla possibilità di ripetere la scommessa (tipica nei “pesanti”). Sulla base di queste premesse risulta assolutamente incongruente definire l’esercizio dell’azzardo come un gioco, in quanto i due termini “gioco” e “azzardo” non possono essere considerati concettualmente combinabili essendo di opposto significato. La contraddizione dell’accostamento terminologico gioco-azzardo deve essere estesa anche ai concetti di gioco moderato o normale o responsabile, abuso e dipendenza. Se si accetta di considerare l’azzardo un comportamento, uno stile di vita rischioso, a qualsiasi “dosaggio” venga “consumato”, esso rappresenta comunque un rischio per la salute. Sarebbe meglio parlare di uso piuttosto che di abuso, perché in tale ottica, non potendosi individuare un uso corretto dell’azzardo, qualsiasi uso rappresenta anche un abuso. La lingua inglese ad esempio meglio distingue il play (gioco d’abilità) il cui risultato è affidato alle capacità del giocatore, e il gambling (azzardo) in cui il risultato è affidato unicamente al caso.

 

Bibliografia

Caillois R. (1981), I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine. Bompiani ed., Milano.
Croce M. (2001), Gioco d’azzardo e psicopatologia: la difficile inclusione. In: Lavanco G., Psicologia del gioco d’azzardo, McGraw-Hill ed., Milano.
Huizinga J. (1938), Homo ludens. Trad. it., Einaudi ed., Torino.
Ladouceur R.  et al. (2000), Pathological gambling. In: Hersen M., Biaggio M., Effective brief therapy: A clinician’s guide. Academic Press, San Diego.
Winnicott D.W. (1974), Gioco e realtà. Armando ed., Roma.

 

 

L’azzardo nella storia

 

“Migliaia di persone si rovinano al gioco, e dichiarano freddamente di non poter fare a meno di giocare: che scusa! Esiste una passione, per quanto violenta e vergognosa sia, che non possa sostenere questa stessa argomentazione? Sarebbe forse lecito dire che non si può fare a meno di rubare, assassinare, suicidarsi? Un gioco spaventoso, continuo, senza ritegno, senza limiti, in cui si punta soltanto alla totale rovina dell’avversario, in cui si è trascinati dalla brama del guadagno, disperati sulla perdita, estenuati dall’avarizia, in cui si espone sopra una carta o all’alea di un dado il proprio patrimonio, quello della moglie e dei figli, è cosa ammissibile oppure da evitare? Non occorre talvolta farsi maggiore violenza quando, spinti dal gioco alla totale rovina, bisogna perfino privarci di vestiti e nutrimento per darli alla propria famiglia?”

Jean de La Bruyère (1688).

Fin dall’antichità l’esperienza dell’azzardo ha esercitato sulla natura umana un fascino spesso irresistibile. I primi cenni relativi a questa pratica si riscontrano già dal 4000-3000 avanti Cristo, nella civiltà egiziana, con la scoperta di numerose fonti che testimoniano di forti scommesse in denaro ai dadi o alle corse con i carri. Verosimilmente tale pratica nasce e si sviluppa dall’arcaico culto delle pratiche divinatorie. Datare con precisione la scoperta delle pratiche d’azzardo è impresa pressoché impossibile, esse sono da millenni parte integrante delle culture di tutti i popoli. In Cina era praticato il “wei ch’i”, la cui origine si fa risalire al 2300 a.C. in Tibet. In tale gioco di abilità e strategia molto complesso, il caso non ha nessun ruolo, vince il più bravo e non il più fortunato; il “wei ch’i” è paragonato a cinque simultanei giochi di scacchi, su cui gli spettatori potevano scommettere sul risultato. La similitudine con la concezione di pericolosità dell’azzardo sembra essere quella del Nala, protagonista di un racconto della mitologia indiana del VI secolo a.C.  Secondo la leggenda, Nala, i cui dadi sono stati stregati da un demone, non può più fare a meno di scommettere. Perso il regno e tutti i suoi averi, Nala decide di fuggire in esilio e riesce infine a riscattarsi sconfiggendo il demone in una partita a dadi non truccati.

Nella mitologia greca si narra che mare, paradiso e inferno furono creati durante una partita ai dadi fra Poseidone, Ade e Zeus. Zeus vinse l’Olimpo, Ade gli Inferi e Poseidone il mare. Le prime scommesse legate allo sport risalgono all’antica Grecia laddove, in occasione delle Olimpiadi, la popolazione si divertiva a puntare sull’esito delle gare.

Presso gli antichi romani l’azzardo era generalmente vietato per ragioni di ordine pubblico, ad esclusione delle scommesse sulle corse delle bighe e quadrighe e sul risultato dei combattimenti dei gladiatori. Connaturata con l’azzardo, inoltre, pare essersi sviluppata la propensione a barare, confermata dal ritrovamento, nei pressi di Pompei, di dadi truccati appesantiti da un lato. L’azzardo era la grande predilezione del popolo romano, gli astragali ed i dadi venivano utilizzati da uomini, donne e bambini. Essi inoltre, venivano adoperati per predire il futuro, e spesso erano inseriti nei corredi funerari o donati alle divinità come offerte votive. Alcuni personaggi pubblici non venivano risparmiati dalla febbre dell’azzardo, è risaputo che Augusto Imperatore abbia perso ventimila sesterzi, una cifra notevole, durante una sola partita a dadi; che Nerone sia stato un ostinato scommettitore e infine, che Claudio abbia addirittura fatto trasformare il suo carro in una bisca, disponendo di un meccanismo sofisticato grazie al quale i dadi non si spostavano anche in caso di lunghi viaggi su percorsi dissestati.

L’azzardo era comunque vietato tranne che nel periodo dei Saturnali (l’attuale carnevale). Chi veniva sorpreso a scommettere clandestinamente pagava come multa una somma corrispondente al quadruplo della posta in palio. Locande ed osterie rappresentavano i principali luoghi in cui i cittadini potevano dedicarsi a tale controproducente passione mentre bevevano vino e consumavano i pasti; ciò indusse all’apertura delle cosiddette “tabernae lusoriae”, ossia di vere e proprie case da gioco. Più avanti nel tempo, più precisamente nel Medioevo cristiano, l’azzardo era considerato un “laccio del diavolo”, come si legge nel “De Aleatoribus”, unico scritto dell’antichità attribuito a Tascio Cecilio Cipriano Vescovo (210-258), in cui egli enuncia la severa condanna del “gioco” dei dadi, giudicato una pratica idolatrica perpetrata dal diavolo contro i cristiani.

Allo stesso modo Allah ordinò ai suoi fedeli di proteggersi dall’azzardo in quanto fonte di inimicizia e divisione,

“…evitatelo, affinché possiate prosperare. In verità con il gioco d’azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi e allontanarvi dal ricordo di Allah e dall’orazione…” (Corano 5, 90-91).

Nel XIII e XIV secolo, prima dell’avvento delle carte da gioco, l’azzardo equivaleva perlopiù ai dadi. Si praticavano vari giochi, tra i più diffusi vi era quello della Zara (che deriva dall’arabo az-zahr, come la stessa parola azzardo) che Dante Alighieri (1265 –1321) cita nella sua Divina Commedia (Purgatorio, Canto sesto) situando nell’Antipurgatorio le anime dei negligenti, ossia di chi nel corso della vita terrena ha omesso di adempiere ai doveri spirituali, e ora aspetta il momento dell’espiazione. Il Canto si apre con le terzine:

Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l’altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente… “, che potrebbero essere così parafrasate: “Quando ha fine il gioco della zara, colui che perde resta addolorato e solo, ripetendo il lancio dei dadi più volte, così da imparare la lezione; con il vincitore invece si allontana la folla; c’è chi lo precede, chi lo segue, chi l’affianca…”.

Lo stesso poeta inoltre, relega i giocatori-scialacquatori nel secondo girone del settimo cerchio dell’inferno (Divina Commedia, Inferno, canto undicesimo), insieme ai suicidi.

Nel tempo le tecniche dell’azzardo si sono poi evolute e radicate nel tessuto sociale ed economico e attorno al XII e XIII secolo si organizzarono le prime corse dei cavalli con relative scommesse. I governanti vigilavano sulle attività d’azzardo in quanto era loro compito difendere la morale pubblica, salvaguardare la cittadinanza ed impedire che i militari di guardia alle mura delle città si distraessero dai loro compiti. Nella seconda metà del 1400, le nuove tecniche di stampa e la disponibilità della carta contribuirono a rendere i giochi delle carte alla portata di tutti i ceti sociali. A Genova nel XVI secolo nacque ufficialmente il “lotto”, probabilmente per iniziativa di un patrizio della città, tale Benedetto Gentile, che applicò questa nuova lotteria alle scommesse sugli esiti delle elezioni del Senato della Repubblica. Il consenso ricevuto dalla popolazione fu larghissimo e permise agli organizzatori privati del lotto di gestire enormi guadagni. Questo fatto attirò l’attenzione dello Stato che si sostituì ai privati istituendo nel 1643 una tassa governativa.

Nel 1500 il fenomeno del pullulare, soprattutto nei grandi centri abitati, di prestigiatori, bari e borseggiatori, doveva essere molto frequente, tanto che è proprio del 1594 la produzione dell’opera “I bari” di Michelangelo Merisi di Caravaggio (1571-1610), maestoso olio su tela esposto negli U.S.A. al Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas.

Il famoso dipinto mette in scena la truffa ai danni di un giovane ingenuo che gioca a “zarro” (simile all’attuale poker) con un suo coetaneo il quale, in combutta con un compare, trucca le carte al fine di sottrargli il denaro con l’inganno.  Il Caravaggio condannava in quest’opera un malcostume dei suoi tempi molto frequente, tanto che per i bari erano previste pene severissime tra cui quella di morte. Non sempre era il problema morale ad animare le amministrazioni pubbliche, bensì la constatazione che l’azzardo era molto spesso all’origine di liti, faide, risse, ferimenti e omicidi. D’altro canto, chi perdeva, pur poco, per via della scarsa disponibilità del denaro, perdeva in realtà un patrimonio e doveva poi essere mantenuto dalla carità pubblica, assieme alla sua famiglia. Con gli anni, l’azzardo divenne sempre di più uno strumento in mano a persone particolarmente abili nella truffa, ossia dei prestigiatori che, con la loro destrezza, dirigevano il “gioco” a loro favore. In quei tempi, come dimostrano le opere del pittore Brueghel il Vecchio (1568-1625) e di suo nipote, detto il Giovane, (1564 –1638), pittori fiamminghi attivi a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, le feste popolari pullulavano di bari, lestofanti e vittime ingenue. Anche nella letteratura picaresca che, a cavallo del XVI e XVII secolo, dalla Spagna si diffuse in Europa,  si narra sempre la storia di un vagabondo diseredato che
cheche si procura denaro barando alle carte o ai dadi nelle osterie. Il capostipite del genere picaresco è il romanzo “Lazarillo de Tormes”, apparso anonimo nel 1554.

Nello stesso secolo, in Italia e in Inghilterra, nacquero le prime lotterie che venivano tassate e quindi sfruttate dagli amministratori statali per riuscire a coprire i deficit di bilancio.

Durante il Rinascimento quindi l’azzardo dilagava. Alla Corte di Francia Re Enrico IV, fu un giocatore irriducibile che contagiò anche la sua corte: numerosi personaggi infatti vivevano quasi esclusivamente dei proventi di tale pratica. In quest’epoca, inoltre, comparve, nel parco delle offerte d’azzardo, la roulette, che si narra sia stata inventata nel XVII secolo dal matematico e filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662). Nel 1700 era possibile aprire un “punto scommesse” in luoghi appositi, oppure nelle case nobiliari, dove i gestori dei banchi dovevano pagare la pigione.

Molti nobili in difficoltà economica a causa delle perdite patrimoniali legate all’azzardo, concedevano in affitto parte dei loro palazzi. è in questo secolo che appare per la prima volta Il termine camorra ad indicare un gioco d’azzardo e una bisca clandestina nel centro di Napoli; d’altra parte anche camorrista voleva significare, all’epoca, tenutario di una bisca.

Data la vastità del fenomeno era inoltre frequente il suicidio per debiti di “gioco”, si trattava di una questione d’onore. Il noto poeta Ugo Foscolo (1778, 1827) dedicò infatti il sonetto “in morte del fratello Giovanni” composto nel 1802 per la memoria del fratello Giovanni Dionigi che si era ucciso con una pugnalata, a soli vent’anni, in presenza della madre a causa di un grosso debito di gioco. Anche Giovanni Verga (1840-1922) descrisse in “Ciò ch’è in fondo al bicchiere” nella raccolta “tutte le novelle” il motivo del suicidio per debiti di gioco:

Una mattina, sull’alba, tornò pallido e fosco. Aveva perduto. Giuocava da un pezzo, da che non mi amava più. E si voleva uccidere perché non poteva pagare … Non per me … Lui che aveva tutte le delicatezze, tutta la poesia, tutta la nobiltà dell’animo. E l’ultima rottura fra di noi, l’ingiuria che non poté perdonarmi, fu quando gli offrii d’aiutarlo, io ch’ero parto di lui, che vivevo soltanto per lui, che gli avevo sacrificato ben altro, che non sapevo che cosa farmi del mio denaro … Mi lasciava appunto per questo, perché egli non ne aveva più. L’onore degli uomini è così fatto”.

Nella seconda metà dell’800 Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881), scrittore e filosofo russo, pubblica nel 1866  il romanzo autobiografico “il giocatore” scritto per necessità (egli doveva restituire una somma in denaro presa in prestito per il gioco) e pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo. Il tema principale è quello dell’azzardo, che induce le persone a sperperare i propri beni dominate dalla bramosia di vincere.

Già dal ’700, peraltro, l’amore per le scommesse sportive, in particolare per le scommesse sulle corse dei cavalli, arrivò sul Vecchio Continente, dall’Inghilterra e con la nascita dei grandi ippodromi nell’Ottocento esplose la “febbre da cavallo”. Nel nostro Paese l’istituzionalizzazione delle corse al trotto e al galoppo fu successiva all’Unità d’Italia.

Dopo un periodo di grande permissivismo, alla fine del secolo, in alcuni Stati europei, cominciò una ventata proibizionista che portò fra l’altro alla chiusura e alla forte limitazione dell’attività dei casinò in Italia e Svizzera. Anche le donne scommettevano, e questo fatto risvegliava forti opposizioni di carattere moralistico.

Sir Richard Steele (1672-1729), noto statista britannico, scriveva, a tal proposito, che

“niente sciupa un bel viso come le veglie ad un tavolo da gioco”, e per questo motivo le donne “…hanno visi scavati, occhi vitrei, colorito esangue”.

Lo stigma sociale, che accomuna(va) gli uomini e maggiormente le donne “viziose” dedite all’azzardo, ha contribuito alla loro emarginazione anche attraverso l’internamento nei primi manicomi del XIX secolo. Gli psichiatri francesi Philippe Pinel (1745-1826) e il suo allievo Jean Etienne Dominique Esquirol (1772-1840) introdussero in psichiatria il concetto di “impulso istintivo” coniando il termine di “monomania istintiva”. In origine tra queste monomanie erano incluse: l’alcolismo, la piromania, l’omicidio, la cleptomania e la monomania del gioco. Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 tra i ricoverati di un manicomio parigino diretto da Esquirol vi era “L’Alienata con la monomania del gioco”, il cui ritratto è un dipinto a olio su tela realizzato da Théodore Géricault (1791-1824) attualmente custodito presso il Museo del Louvre di Parigi. Quest’opera fa parte della serie dei “Ritratti di alienati, in cui l’artista raffigurò dieci ospiti del manicomio.

Tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX si sviluppò a partire dal Regno Unito la rivoluzione industriale che diede avvio a profonde trasformazioni produttive, tecnologiche, economiche e ambientali. Nacquero le nuove classi sociali: il proletariato operaio sfruttato e mal retribuito contrapposto alla classe borghese ambiziosa e opulenta. La massa operaia si addensò nelle periferie urbane, dove le condizioni di vita erano alquanto precarie e malsane. In queste aree dilagavano la prostituzione, la sofferenza mentale, l’alcolismo, la criminalità e l’azzardo che si diffuse, rapidamente, come attività di sobborgo per coloro che tentavano la fortuna con la speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e il proprio status sociale. Nella seconda metà del 1800 comparvero le prime corse dei cani levrieri che si svilupparono successivamente, nei primi anni del secolo scorso, a partire dagli USA, con l’apertura dei  primi cinodromi professionali della California. Le scommesse costituivano l’ingrediente principale delle corse dei cani, molto popolari soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. A partire dai primi anni sessanta cominciò il declino dei cinodromi in relazione alla possibilità per gli scommettitori di effettuare le puntate più comodamente presso ricevitorie autorizzate all’esterno dei cinodromi stessi.

Nel 1895 Charles Fey, negli Stati Uniti D’America, inventò la prima slot-machine “letteralmente macchina ad un solo braccio, quello per prendere, ma priva di quello per rendere”, (Lavanco, 2001), che segnò l’inizio della rivoluzione industriale dell’azzardo e dello sfruttamento globale di questa grande risorsa finanziaria. Prima della sua legalizzazione tutto l’azzardo era condannato socialmente, moralmente e giuridicamente.  A tal proposito lo psicologo Mauro Pini dedica un intero paragrafo del suo libro, “febbre d’azzardo” (2012) allo strano caso demologico di non “giocatori d’azzardo”, riguardante la Sardegna che

almeno fino ai primi del Novecento, quando iniziò il lotto sulla ruota di Cagliari, era del tutto esente dai giochi di alea con scommesse in denaro”.

Nello stesso testo viene citato De Sanctis Ricciardone, il quale sottolinea che le ragioni dell’avversione di questa gente per i giochi di sorte, contrapposta alla loro grande passione per i giochi di parole, andava ricercata nello stile di vita dei pastori nomadi, talmente saturo della sfida all’imprevedibilità degli eventi quotidiani da inibire qualunque dose aggiuntiva di rischio, e ancora, lo stesso Pini:

“… afferma la ricercatrice Susanna Paulis (2006) che in Sardegna non si scommetteva poiché era in atto un sistema di valori che fa decisamente più affidamento all’essere abili e valenti che non sulla fortuna”,

ovvero non ci si può arricchire se non rendendo povero qualcun altro. Nell’opera di Antonio Pigliaru (1922-1969), “La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico” (1959), inoltre, non v’è traccia di offese da vendicare relative a debiti di “gioco” non evasi o a scommesse in denaro o beni diversi.

Oggi l’azzardo rappresenta un’attività che coinvolge milioni di persone, stimabili solo in Italia nell’80% della popolazione adulta. Profeticamente il noto politico italiano Quintino Sella (1827-1884), nel lontano 1880 scriveva:

“Vuolsi dall’altra parte considerare con quanti allettanti contrari al risparmio si cerchi di sedurre le masse. Il Governo stesso colla istituzione del lotto combatte nel modo più atroce la previdenza […]. Le giuocate al lotto nel 1878 furono (orribili a dirsi!) di 212 milioni: cioè in media quasi 4 milioni di cittadini ogni settimana giuocano al lotto […] Sono numeri tremendi quelli che io espongo, tanto che sono qualche volta indotto a pensare che un governo il quale, senza la più assoluta necessità, spinge il popolo al giuoco, merita, e dalla posterità avrà, una nota di infamia” (da “Febbre d’azzardo” di Mauro Pini, 2012).

Nel corso del XX secolo con la nascita della cinematografia (1915) il tema dell’azzardo venne affrontato di frequente dando origine ad un vero e proprio genere cinematografico: il “Gambling Movie”. Da “Montecarlo” del 1930 di E. Lubitsch (USA) passando per “La donna di picche del 1949 di Th. Dickinson (GB), tratto dall’omonimo romanzo di A. S. Puskin (1799-1837) e ancora “Giocatore d’azzardodel 1954 di H. Levin (USA), “Cincinnati Kid” del 1965 di N. Jewison (USA). In “40.000 dollari per non morire” del 1974 di K. Reisz, USA, si traccia il ritratto di un intellettuale, docente di letteratura in un college, cui la passione per il gioco lo spinge verso l’autodistruzione. Si ispira al già citato romanzo di Dostojevskij.

“Febbre da cavallo è un lavoro italiano del 1976, diretto da Steno, nome d’arte di Stefano Vanzina (1915-1988); divenne un film culto per gli appassionati frequentatori più o meno assidui delle sale scommesse e ippodromi. Per concludere questa breve rassegna filmografica ricordo il più recente “Il giocatore” del 1999 di J. Dahl (USA) in cui si narra di un giovane studente in giurisprudenza che si mantiene, almeno in parte, con il poker, il quale diventa la sua ossessione. In particolare, l’ossessione di vincere. In una bisca clandestina accetta una sfida, dove perde tutto quello che ha, e che aveva messo da parte per pagare i suoi debiti. In tal modo si mette nei guai. Infine, ritornato in possesso di una somma, la rimette in gioco, e questa volta fa il colpo grosso. Ma ormai lo studio non gli interessa più. Investirà il denaro guadagnato, nel suo sogno: andare a Las Vegas per partecipare al campionato di poker. E per finire il più recente “La grande scommessa” di Adam McKay (USA, 2016).

Il business dell’azzardo, legale e illegale, ha prodotto una florida linea di articoli di consumo, riuscendo a trasformare l’immagine negativa che li caratterizzava, in una merce sicura e utile fonte di profitto. Sul piano normativo, i principi guida della regolamentazione del settore sono quelli della liberalizzazione e dell’ampliamento del ventaglio dell’offerta.

È dimostrata d’altra parte la relazione direttamente proporzionale tra accessibilità al consumo d’azzardo in una determinata comunità, e la prevalenza dei PAC. L’azzardo si è affermato come un fenomeno di massa, tollerato e sempre più esibito ed incentivato nelle ricevitorie, nei bar, supermercati, uffici postali, dove si moltiplicano le occasioni di consumo. Anche il modello di marketing ha subito una forte evoluzione con l’offerta di grandi e piccole vincite prediligendo l’istantaneità della riscossione che notoriamente funge da rinforzo positivo alla ripetitività delle scommesse. L’incremento del “gioco” online ha contribuito all’alienazione e alla crescita esponenziale del numero di gamblers che possono comodamente scommettere dalla propria abitazione e in totale anonimato, superando l’imbarazzo di recarsi in un luogo pubblico dove potrebbero essere riconosciuti.

Gli obiettivi dell’azzardo, secondo la normativa italiana, sono l’intrattenimento, la socializzazione, e l’utilizzo del tempo libero. I dati relativi ai costi sociali e sanitari dei PAC per la nostra collettività si attestano tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro annui, segno questo che gli obiettivi succitati sono molto lontani dalla triste realtà quotidiana e che il nostro tempo libero andrebbe utilizzato per pratiche ben più salutari e divertenti, così come mette in guardia il caratteristico personaggio di “Eroe, Storia di Luigi delle Bicocche”, un singolo del rapper italiano Caparezza, estratto dall’album “Le dimensioni del mio caos” e pubblicato nel 2008. Il brano narra la storia di un operaio precario che, nonostante le varie difficoltà che incontra nel quotidiano (tra cui la tentazione del video poker e di chiedere prestiti agli usurai) riesce a mandare avanti la sua famiglia, che secondo il rapper è, nei nostri giorni, un’impresa eroica.

“… io passo la notte in un bar karaoke, se vuoi mi trovi lì, tentato dal videopoker ma il conto langue e quella macchina vuole il mio sangue …. Io sono pane per gli usurai ma li respingo…. Non gratto, non vinco, non trinco/nelle sale bingo/Man mano mi convinco/che io sono un eroe, perché lotto tutte le ore……”.

Ci sono poi i costi non facilmente stimabili, che riguardano l’aggravarsi di fenomeni sociali: le infiltrazioni della criminalità organizzata, la crescita del ricorso all’usura, il peggioramento dello status delle persone che versano già in condizioni socio economiche svantaggiate, i sussidi economici per i PAC, l’incremento delle separazioni, dei divorzi, dei suicidi per debiti di “gioco”, un incremento continuo e impressionante di minorenni vittime, nonostante i divieti imposti dalla legge, delle selvagge logiche di mercato.

“Un cancro sociale al pari del narcotraffico e delle droghe” come ha definito l’azzardo nel 2010 Papa Francesco. Lo stesso più recentemente, nel 2016, ha raccomandato urbi et orbi:

Azzardo e usura generano continui fallimenti, non solo economici, ma anche famigliari, ed esistenziali. Si lotti con tutte le forze per sconfiggerli”.

è interesse comune e comunitario accogliere tale messaggio che, nonostante sia stato comunicato più volte nella storia, rappresenta ancora oggi l’espressione di un inderogabile bisogno di pace e giustizia sociale.

Bibliografia

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L’azzardo: aspetti fenomenologici

“Il Gioco per un bambino è fondamentale per la crescita, peccato che da adulti si smetta di giocare e si creda di fare sul serio. Giocare è crescere, pratica sempre utile all’uomo.”
Stephen Littleword (2013).

L’azzardo non è una normale attività ludica, si deve quindi affermare che esso non è un gioco e che il tentativo di normalizzazione di tale pratica da parte della “gaming industry” (industria del gioco), andrebbe incisivamente contrastato anche mettendo in discussione la denominazione “gioco d’azzardo” e discostando letteralmente la parola “gioco”, che rimanda allo svago e al divertimento, dal termine “azzardo” che rimanda al rischio e al pericolo.

E’ bene ricordare che per molti secoli, prima della sua legalizzazione, liberalizzazione e inserimento nella catena commerciale dei consumi, l’azzardo a qualsiasi “dosaggio” era oggetto di riprovazione sociale, morale e anche giuridica. La cosiddetta “monomania da gioco d’azzardo”, il “gioco d’azzardo patologico” (GAP), ora “disturbo da gioco d’azzardo”, deve essere inteso come un fenomeno multifattoriale che non è possibile ricondurre ad una sola causa né a fattori peculiari di disagio. Per la prima volta, il nuovo manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5, 2013) include il “disturbo da gioco d’azzardo” insieme ai disturbi da uso di sostanze. Nelle precedenti edizioni il vecchio GAP era classificato come un disturbo del controllo degli impulsi.

I Problemi azzardo correlati (PAC), di cui il disturbo da gioco d’azzardo rappresenta l’espressione più indesiderata e grave, non sono limitati ad una minoranza di individui “devianti”, i danni e le sofferenze che ne derivano sono ampiamente distribuiti nella società e non riguardano solamente i singoli individui ma, in considerazione anche dei costi sociali ed economici che impongono, richiedono l’intervento della società nel suo insieme. I problemi azzardo correlati in realtà sono tutti i disagi legati al consumo episodico o protratto dei prodotti dell’azzardo. Generalmente essi si presentano in questo ordine temporale:

1) problemi relazionali, per le difficoltà che si creano nei rapporti interpersonali e soprattutto in famiglia;
2) problemi sociali, per i danni nella sfera lavorativa e in altri campi della sfera sociale;
3) problemi somatici, per i danni organici e per le situazioni a rischio che inducono.

Attraverso la definizione di PAC si vuole sottolineare quanto sottile possa essere la linea di confine tra il cosiddetto “gioco moderato “e quello “patologico”, centrando così l’obiettivo sul fattore “rischio legato al consumo”, piuttosto che sull’aspetto “consumo sano moderato”, a basso, medio o alto rischio, volendo intendere quindi che qualsiasi comportamento d’azzardo corrisponde ad un rischio per la salute “comunitario ecologico”. L’interesse e l’attenzione nei confronti dei PAC deve necessariamente tener conto degli stravolgimenti e delle sofferenze che essi determinano nella vita delle persone e delle loro famiglie oltre che della gestione, del superamento e della rimozione degli ostacoli al cambiamento. I PAC devono essere considerati e osservati come problemi multidimensionali in quanto coinvolgono lo stato di salute fisica, psichica e sociale dell’individuo, della famiglia, della comunità e le conseguenti disfunzioni ai vari livelli, parti o espressioni di un disturbo sistemico. Se non si tiene presente ciò, è facile incorrere in una visione settoriale dei PAC, in genere solo medica o psicologica o sociale. La notevole diffusione dei prodotti dell’azzardo rende inoltre facile l’accessibilità a uno degli innumerevoli “punti di consumo”, anche stando comodamente seduti davanti al proprio personal computer, in totale anonimato, 24 ore su 24, senza limiti e restrizioni legali, alimentando così oltre al mercato, gli inevitabili processi di isolamento e de-socializzazione. Questi tratti, tipici di altri comportamenti di “addiction”, hanno però un doppio profilo: uno legato alla tensione piacevole che deriva dall’alternanza “angoscia – eccitazione” e l’altro legato al bisogno di mantenere il controllo sul denaro “vincite – perdite” che, non essendo mai bastante e in balia della sorte, diventa l’unica vera ossessione dello scommettitore. Il coinvolgimento individuale e collettivo che le pratiche d’azzardo sono in grado di sviluppare può essere tale da determinare la perdita della cognizione del trascorrere del tempo e delle risorse (sia finanziarie che mentali). Vengono spesso trascurate le relazioni sociali, la famiglia e il lavoro, arrivando talvolta a porre in essere comportamenti antisociali, come ad esempio il furto, l’estorsione e la truffa allo scopo di ottenere il denaro necessario per scommettere continuativamente. Si va inoltre sempre più affermando la normalizzazione dell’azzardo per ragioni che sembrano voler tutelare solamente tale business, che promuove i suoi prodotti come giochini divertenti, sani e innocenti. “Consumo, dunque sono” afferma il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman, parafrasando la celeberrima locuzione cartesiana “Cogito ergo sum” e utilizzandola ad indicare il dramma planetario dell’imposizione della mentalità del capitalismo consumistico, ben rappresentato in maniera esaustiva dal mercato dell’azzardo. è proprio in conseguenza di questo paradosso che, oltre che distrarre l’attenzione delle masse dal rischio per la salute insito nell’azzardo, si opera una semplicistica distinzione tra un gioco buono, quello legale, le cui finalità sono eticamente corrette e un gioco cattivo, quello illegale, relegato alla clandestinità e alla criminalità.

Non è più l’azzardo come pratica sociale ad essere oggetto di stigma, bensì una sola e nuova categoria di persone, quella dei viziosi o geneticamente tarati, cristallizzata nello stereotipo del deviante” (Volberg e Wray, 2007).

L’azzardo è attualmente un’attività socialmente accettata, che pur collocandosi al di fuori della dimensione trasgressiva dell’uso di sostanze psicotrope, ha assunto le connotazioni di una vera e propria “addiction”, di uno stile di vita doloroso e perdente.

Bibliografia

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Assisi XXVI Congresso di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale “Verso un’ecologia integrale” Conclusioni

Nei giorni 11-13 maggio si è svolto ad Assisi il XXVI Congresso Nazionale di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale. È stato un incontro partecipato, ricco di contenuti e spunti nuovi ed originali, un autentico contributo di crescita per il sistema dei Club, di tutti i Club, confermando e rafforzando rapporti di amicizia. Anche la presenza del referente dei Club croati il dott. Zoran Zoricic e del pope Alexjei Baburin dei programmi alcologici promossi da decenni dal Patriarcato di Mosca, ha allargato orizzonti di amichevole cooperazione e di scambio. In particolare, la relazione di Alexjei ha offerto un interessante approfondimento circa il virtuoso rapporto tra pratica religiosa e protezione della salute.

Il Congresso è stato aperto da una riflessione di Padre Enzo Fortunato, francescano, direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi, che ci presentato Francesco d’Assisi come vero e proprio “ribelle” rispetto al modo di concepire le relazioni e i rapporti umani del suo tempo, segnati da disparità ed esclusioni. Francesco d’Assisi propone anche oggi una affascinante ed impegnativa cultura ecologica integrale, che comprende cioè una attenzione a tutto l’esistente senza nulla trascurare, inizia dal disinquinamento personale da ciò che sporca ed imbruttisce, passa attraverso l’abbandono di ogni mezzo violento e la rinuncia alla gerarchizzazione dei rapporti, ed ha cara l’umanità dell’altro e di tutti. Francesco ci invita ancora a togliersi ogni armatura e a far propria la cultura “dell’abbraccio” invece che quella della contrapposizione, estesa a tutte le relazioni vitali. Francesco con il proprio “abitare pulito”, disinquinato e fraterno, ci sprona a lavorare nella direzione etica, sociale e politica di una nuova ecologia di cui abbiamo oggi particolarmente bisogno. Hudolin ci ha detto: “Se darò la possibilità almeno a un alcolista di godere con occhi sobri la bellezza del mondo che lo circonda, credo che avrò assolto il mio compito”.

La bellezza del mondo che ci circonda è la bellezza della natura, delle persone, del vivere insieme, delle nostre città. L’obiettivo che Hudolin prefigura è godere della bellezza del mondo, e per poterlo fare è necessario essere consapevoli, prestarvi un’attenzione puntuale, imparare a comprenderne i legami, le interconnessioni, gli equilibri e rispettarli ricordandoci che “l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità” (Simone Weil). L’essere consapevoli è una capacità intrinsecamente umana ed emerge se prestiamo attenzione, qui ed ora, al dispiegarsi dell’esperienza e ci soffermiamo con la riflessione e la meditazione. Esiste una consapevolezza condivisa che potremmo chiamare coscienza collettiva ed i mutamenti nella coscienza collettiva sono alla base dei cambiamenti della cultura umana o spiritualità antropologica. I cambiamenti culturali si trasmettono attraverso la comunicazione interpersonale ed essa non cambia solo le relazioni ma ha effetto direttamente sul nostro sistema nervoso. Gli sviluppi della scienza, delle neuroscienze in particolare, ci insegnano come i mutamenti spirituali o culturali non restano “nell’aria” ma diventano nuovi collegamenti nel cervello, nuove strutture cerebrali e questo processo continua per tutta la vita.
I temi della bellezza, dell’attenzione, della consapevolezza, della ricerca della felicità, della condivisione, della complessità, delle interconnessioni hanno attraversato tutti i lavori del Congresso. L’Ecologia Integrale implica costruire ponti tra le nostre diversità e tra diversi tipi di comunità ed il miglioramento della vita umana all’interno dello spazio esistenziale. In questa prospettiva non ci sono “soggetti deboli” ma persone con difficoltà all’interno dei contesti di vita e della complessità sociale e ambientale. La complessità non è una difficoltà, ma l’espressione del mistero della vita ed un intreccio di potenzialità che stimola i Club a non esportare problemi ma risorse, positività, saggezza e sapienza. L’Ecologia Integrale è affrontare la povertà culturale, economica, ambientale, spirituale derivanti dall’ingiustizia sociale, per restituire dignità all’uomo e, nello stesso tempo, prendersi cura della nostra terra. Un Approccio Ecologico Integrale ci porta a:

 imparare a incontrare l’altro “dove lui si trova”

 ricevere nella gratuità

 mantenere attenzione, cura e disponibilità alle relazioni familiari. A volte è più facile essere disponibili verso l’esterno.

 porre attenzione al nostro equilibrio inteso come continuo movimento e ricerca

 ascoltare e accettare il proprio silenzio

 accettare e onorare le scelte diverse dalle nostre

 essere irriverenti e rivoluzionari

 riconoscere le nostre emozioni, nominarle, accettarle ed elaborarle

 considerare che la spiritualità è parte integrante dell’essere nella sua complessità e nel suo so-stare emozionale

 avere un “cuore ecologico” L’Approccio Ecologico Sociale permette di costruire un percorso di ricerca della felicità e di confrontarci con la comunità sulle scelte e i comportamenti che la facilitano o la ostacolano.

Nel Club si manifesta una “magica alchimia” legata alla sua natura, ritualità e struttura che favorisce un percorso verso una felicità profonda al punto che ci si può sentire felici anche in una situazione di grande sofferenza se si condivide un cammino. Dall’esperienza del Club, nell’obiettivo di un’Ecologia Integrale, vogliamo essere testimoni che a migliorare sé stessi è possibile e così contribuire al “salvataggio del pianeta” (Hudolin). Ringraziamo l’AICAT, tutti i Club e tutti coloro che, con la loro presenza attiva e cooperante ci hanno donato tre giorni intensi, produttivi e sereni.

Ci diamo appuntamento al XXVII Congresso di Spiritualità Antropologica ed Ecologia Sociale che si svolgerà ad Assisi nei giorni 10-11-12 maggio 2019 e per il quale si propone il tema “Il Club e il bene comune”

Conclusioni del Corso di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico Sociale alla Promozione di Stili di Vita Sani

Dal 9 al 14 ottobre 2017 si è svolto a Cagliari nei locali del Centro Area 3 in via Carpaccio 16 il Corso di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico Sociale alla promozione di stili di vita sani – La costruzione della rete territoriale per la promozione della salute, diretto dal dott. Aniello Baselice.

Hanno partecipato 51 corsisti provenienti dalle province di Cagliari, Oristano, Nuoro e Carbonia Iglesias.

Partendo dalla rilevazione che il fumo, l’alcol, la scorretta alimentazione e la sedentarietà sono i quattro fattori di rischio responsabili da soli del 60 % della perdita di anni di vita in buona salute, il Servizio di Promozione della Salute della Assl Cagliari (ATS Sardegna) in collaborazione con l’ARCAT Sardegna ha organizzato questo corso nell’ambito del macro obiettivo del piano regionale di prevenzione 2014-2018 P-1.2: COMUNITA’ IN  SALUTE, che promuove azioni finalizzate a facilitare comportamenti salutari nella popolazione attraverso la promozione  di stili di vita sani, con un’azione integrata e coordinata sui quattro fattori di rischio modificabili succitati.

La complessità dei problemi di salute impone l’attivazione di una rete territoriale per la promozione e protezione della salute che deve coinvolgere i distretti della ASSL di Cagliari e le risorse comunitarie già operative.

L’OMS rileva inoltre che le Malattie Croniche Non Trasmissibili (MCNT) determinano la maggior parte della mortalità in Europa. In Italia sono state responsabili, per il 2010, del 92% dei decessi totali registrati, in particolare le malattie cardiovascolari (41%), i tumori (29%), le malattie respiratorie croniche (5%) e il diabete (4%). Negli ultimi decenni si è registrato un progressivo aumento della speranza di vita (84 anni per le donne e 79 per gli uomini – dati 2010), ma a causa delle MCNT, che pesano per oltre il 60% sul carico di malattia globale, la speranza di vita libera da disabilità si attesta su valori molto più contenuti e simili per entrambi i sessi (circa 65 anni).

Si stima che i costi delle MCNT si elevino al 70-80% del budget totale che i Paesi europei spendono per la salute, con aggravi difficilmente quantificabili, anche per le singole famiglie che impiegano importanti risorse per la cura e le attenzioni ai loro malati. In realtà questi dati, già allarmanti, sono destinati a peggiorare per diverse ragioni, fra le quali la tendenza all’aumento del consumo di alcol, dell’inattività fisica, l’aumento di sovrappeso e obesità e l’aumento dell’aspettativa di vita con il quale cresce parallelamente la probabilità di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari e diabete.

Il Corso di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico Sociale alla promozione di stili di vita sani – La costruzione della rete territoriale per la promozione della salute condivide pertanto e fa propri gli obiettivi dell’OMS da raggiungere entro il 2020:

  • Ridurre del 25% le morti premature per malattie cardiovascolari, tumori, diabete e malattie respiratorie croniche;
  • Ridurre del 10% il consumo di alcol;
  • Ridurre del 10% la prevalenza della sedentarietà;
  • Ridurre del 30% la quantità media di sale nella dieta della popolazione;
  • Ridurre del 30% la prevalenza dell’uso di tabacco sopra i 15 anni di età;
  • Ridurre del 25% la prevalenza dell’ipertensione arteriosa;
  • Fermare l’incremento del diabete e dell’obesità.

Gli obiettivi previsti comportano la messa in atto di azioni condivise, condizione imprescindibile per sostenere l’adozione da parte della collettività di comportamenti e stili di vita protettivi per la salute e per ridurre le diseguaglianze di salute. L’approccio individuato, ovvero quello ECOLOGICO SOCIALE, si basa principalmente su strategie di popolazione, finalizzate a diffondere e facilitare la scelta di stili di vita corretti per “Guadagnare Salute”, insieme ad azioni specifiche rivolte ai portatori di fattori di rischio comportamentali, indirizzandoli verso offerte derivanti dai programmi di comunità  dove i Club Multifamiliari per le sofferenze multidimensionali (Club alcologici territoriali, club Domino, Club Insieme, gruppi  in divenire, di Auto Mutuo Aiuto e altri) svolgono un ruolo determinante, perlopiù a costo e chilometri zero.

Il Corso di Sensibilizzazione è stato organizzato come evento formativo accreditato ECM per operatori della salute del settore pubblico e del privato sociale che intendano attivare nel territorio interventi di promozione e protezione della salute. Come tale esso non ha avuto tra i suoi obiettivi quello di formare servitori insegnanti di club, né ha inteso sostituirsi al Corso di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico Sociale ai Problemi Alcolcorrelati e Complessi.

L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione fra l’Associazione Arcoes che ha messo a disposizione i locali per la sede del corso, l’ARCAT Sardegna, i Club delle ACAT Pippo Russo di Cagliari, V. Hudolin del Sulcis-Iglesiente, Solidarietà di Senorbì e i Club di Quartu S. E. e San Nicolò D’Arcidano, che hanno reso possibile ai corsisti la visita ai Club.

Un ringraziamento particolare va in primo luogo al dott. Giampaolo Carcangiu, responsabile scientifico dell’evento formativo, e alla dott.ssa Caterina Anna Melis, che hanno curato la fase di ideazione, progettazione e organizzazione del corso.

Si ringraziano i componenti dello staff: il Coordinatore del Corso dott. Aniello Baselice, il Co-coordinatore dott.ssa Caterina Anna Melis, il Supervisore dott. Andrea Manfredi, gli insegnanti e conduttori dei gruppi: dott. Bachisio Carta, dott.ssa Caterina Anna Melis, dott. Antonio Di Berardino, dott.ssa Maria Teresa Casula, sig.ra Mara Scintu, i co-conduttori dei gruppi: sig. Rosario Lilliu, sig.ra Loredana Usai, sig.ra Natalina Cardia, sig. Ernesto Marongiu, dott. Vinicio Podda, dott.ssa Loredana Garau, dott.ssa Caterina Carta, dott.  Giovanni Ballicu.

Si ringraziano inoltre i docenti dott. Giampaolo Carcangiu, dott.ssa Loredana Garau, dott. Andrea Manfredi.

Per il loro contributo alla tavola rotonda “Stili di vita sani: la promozione e protezione della salute” si ringraziano: il sig. Ernesto Marongiu, la sig.ra Maria Antonietta Atzori, il dott. Vinicio Podda, la dott.ssa Maria Teresa Casula, il dott. Bachisio Carta.

Per il loro contributo alla tavola rotonda: “Promozione del benessere, lavoro di rete e capitale sociale” si ringraziano il dott. Alessandro Montisci, la dott.ssa Gabriella Manca, la sig.ra Mara Scintu, il dott. Bachisio Carta, il sig. Armando Cerina.

Per il prezioso apporto alla realizzazione degli obiettivi del corso, si ringraziano i relatori dell’incontro dibattito “Promozione del benessere e stili di vita sani”: Prof. Emanuele Scafato dell’Istituto Superiore di Sanità, dott.ssa Silvana Tilocca Direttore del Dipartimento di Prevenzione della Assl Cagliari, dott. Aniello Baselice Responsabile del Centro di Alcologia della ASL di Salerno, Prof.ssa Roberta Agabio del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Cagliari, sig.ra Mara Scintu Presidente ARCAT Sardegna.

Si ringraziano inoltre per aver preso parte all’apertura del Corso la Dott.ssa Silvana Tilocca, il responsabile dell’Area Formazione Dott. Tullio Garau, il responsabile del Distretto Socio Sanitario 1 ASSL Cagliari Dott. Giuseppe Frau, il responsabile del Distretto Socio Sanitario 3 Sarrabus Gerrei ASSL Cagliari Dott. Sergio Marracini.

Per il buon funzionamento della segreteria si ringraziano in modo particolare la sig.ra Maria Antonietta Atzori, il sig. Giuseppe Marcias e la dott.ssa Alessandra Bertocchi.

Si ringraziano tutti i corsisti per la partecipazione costante e l’impegno profuso nei diversi momenti del Corso.

Un pensiero di profonda riconoscenza va infine ai Professori Vladimir e Visnja Hudolin; grazie al loro infaticabile impegno al servizio dell’uomo, oggi per tante famiglie in Italia e nel mondo la vita è cambiata ritrovando dignità e pace.

Le lezioni, le tavole rotonde, le comunità, i gruppi con conduttore ed autogestiti, nonché le visite ai Club e il favorevole clima emotivo, hanno permesso ai corsisti di acquisire i seguenti contenuti:

  1. L’approccio ecologico sociale pone al centro la famiglia, il club (comunità multifamiliare aperta e autonoma composta da 2 a 12 famiglie ed un servitore insegnante) e la comunità locale, ovvero la rete sociale per la promozione e la protezione della salute di cui lo stesso club è un nodo fondamentale.
  2. L’approccio ecologico sociale rivolge particolare attenzione al cambiamento della cultura generale e sanitaria esistente (valori culturali, sociali, etici, di equità e giustizia sociale), intesa come parte determinante della vita della persona, della famiglia e della comunità.
  3. L’approccio ecologico sociale promuove la comunità e la rete sociale come un supporto, nella quotidianità dei luoghi e delle relazioni che “abitiamo”. Promuove la consapevolezza dei bisogni e delle aspirazioni delle persone e la loro traducibilità in una comunicazione ecologica, che crea relazioni che rafforzano, attraverso l’incontro, l’empatia e la solidarietà. Questo contribuisce in modo significativo al miglioramento della qualità della vita.

In seguito a quanto citato, si è giunti alle seguenti conclusioni:

  1. Il Club, un tempo aperto a tutte le famiglie della comunità con problemi alcolcorrelati e complessi, ha superato questa limitazione e accoglie tutte le famiglie della comunità che vivono una sofferenza esistenziale caratterizzata da problemi complessi senza alcuna discriminazione razziale, religiosa o sociale;
  2. Si evidenzia la necessità di potenziare il lavoro collaborativo di rete fra le diverse agenzie del territorio;
  3. Ogni corsista si impegna, secondo la sua disponibilità e motivazione, a sensibilizzare attraverso le conoscenze acquisite durante il corso, la propria famiglia e la propria rete relazionale d’appartenenza;
  4. Nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione si propone la realizzazione di un corso di sensibilizzazione da tenersi nel 2018 e di un corso monotematico di aggiornamento.
  5. Si sottolinea l’importanza della riunione mensile dei servitori-insegnanti e si invitano i corsisti a partecipare a quelle del proprio territorio; pertanto si segnalano le seguenti date e sedi:
  • ACAT Pippo Russo (Cagliari – Sestu – Monserrato): martedì 14 novembre ore 17,00 c/o Parrocchia Santo Spirito, Piazza Boiardo, Selargius (Su Planu)
  • Club Quartu e hinterland: martedì 31 ottobre ore 17, via Fadda 1 (ang. Piazza S. Antonio, Quartu S. Elena
  • ACAT Igea (Decimomannu – Elmas – Assemini – Capoterra): mercoledì 8 novembre ore 17.00 Decimomannu via Eleonora d’Arborea 2 c/o ex Ragioneria
  • Club provincia di Oristano: venerdì 27 ottobre ore 18,30 c/o aula consiliare Comune di San Nicolò d’Arcidano, piazza Libertà
  • ACAT Solidarietà Senorbì: giovedì 26 ottobre ore 18, via Campiooi 5, Senorbì
  • ACAT Redentore Nuoro: venerdì 27 ottobre ore 17 c/o Centro di Ascolto, via Vittorio Emanuele, Dorgali
  • ACAT Sarrabus Gerrei: mercoledì 25 ottobre ore 17 c/o sede Club Muravera, via Sardegna.

Le presenti conclusioni saranno inviate a:

  • ATS Sardegna
  • ASSL Carbonia
  • ASSL Cagliari
  • ASSL Oristano
  • ASSL Nuoro
  • AICAT
  • ARCAT SARDEGNA
  • ACAT Pippo Russo
  • ACAT Igea
  • ACAT Solidarietà
  • ACAT Sarrabus Gerrei
  • ACAT Il Redentore
  • ACAT Ogliastra
  • ACAT Sulcis Iglesiente
  • Regione Sardegna – Assessorato Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale
  • Ai Comuni di provenienza dei Corsisti: Assemini, Barumini, Bosa, Cagliari, Elmas, Isili, Mamoiada, Monserrato, Muravera, Nuragus, Quartu, Quartucciu, Sant’Andrea Frius, Scano di Montiferro, Selargius, Serdiana, Sestu, Sinnai, Tortolì
  • Associazioni di volontariato presenti nel territorio
  • Centro Servizi Volontariato – Sardegna Solidale
  • per la più ampia diffusione possibile: Rivista “Camminando Insieme”, quotidiani e periodici locali e regionali.

Le presenti conclusioni saranno inoltre rese disponibili ai corsisti, i quali si impegnano a divulgarle nelle loro comunità di appartenenza.

Il Gruppo delle Conclusioni

Caterina Anna Melis, Caterina Carta, Maria Teresa Casula, Antonio Di Berardino, Rossana Guiso, Andrea Manfredi, Stefania Mattana, Patrizia Mua, Rinaldo Orrù, Federica Piazza, Luciano Pirinu, Mara Scintu.