VADEMECUM PSICOLOGICO CORONAVIRUS PER I CITTADINI – Perché le paure possono diventare panico e come proteggersi con comportamenti adeguati, con pensieri corretti e emozioni fondate.

programma new sch_01

Questo breve vademecum, in calce allegato, non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. E’ un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti – individuali e collettivi – di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile.

David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020

allegato F vademecum psi coronavirus cittadini

La comunicazione ai tempi del COVID-19 Giampaolo Carcangiu – Francesca Maria Anedda

covid 19 13 3

La comunicazione ai tempi del COVID-19 Contributo SIPS Sezione Sardegna
Presidente Silvana Tilocca
A cura di
Giampaolo Carcangiu
Francesca Maria Anedda
Pubblicato su Numero 87 Marzo 2020
Società Italiana per la Promozione della Salute
www.sipsalute.it
 

Prefazione

La lunga e triste storia del legame uomo malattia è stata tratteggiata nel tempo dal pregiudizio, dall’ostilità e dalle discriminazioni nei confronti dei sofferenti.
Le epidemie hanno sempre accompagnato l’umanità nel suo cammino ed iniziarono
nel momento in cui gli uomini cominciarono ad aggregarsi in comunità stabili e
sempre più popolose, dove la comunicazione “mettere in comune” assume valori
fondamentali nel “far partecipi gli altri di qualcosa” …. nel bene e nel male.
Dalla Sardegna, terra della Madonna di Bonaria il cui simulacro, che reggeva con una mano il bambino Gesù e con l’altra una candela accesa, si racconta sia giunto in riva, all’interno di una cassa dopo una terribile tempesta, giunga in questo triste momento della nostra storia una luce di speranza, di unità e di memoria.
Buona Aria

LA COMUNICAZIONE AI TEMPI DEL COVID-19

La parola comunicazione dal latino “mettere in comune” ha assunto nel tempo il valore di “far partecipi gli altri di qualcosa”.

Al di là della teoria aristotelica che vede l’uomo come animale sociale, la prima verità sulla comunicazione è che è impossibile per qualsiasi essere vivente animato non comunicare con gli altri. La comunicazione, prerogativa umana fatta di legami e contesti ben specifici, non è semplicemente parlare, bensì presuppone una relazione e quindi uno scambio di informazioni tra individui. Non è infatti possibile evitare di comunicare o di subire una comunicazione: siamo tutti destinati a incontrarci e scontrarci, creando di volta in volta interazioni che inevitabilmente alterano lo stato precedente.

Tutto questo avviene senza bisogno parlare. La comunicazione verbale, infatti, non è l’unico strumento in nostro possesso per interagire con la realtà che ci circonda.

Più dettagliatamente la “meccanica” comunicativa, consta di due componenti fondamentali: l’emittente, persona che avvia la comunicazione attraverso un messaggio, e il ricevente, che a sua volta accoglie il messaggio, lo decodifica, lo interpreta e lo comprende.

L’essere umano è in grado di sfruttare diverse tipologie di comunicazione. La prima è la cosiddetta comunicazione sociale o di massa, che utilizza un linguaggio standard per trasferire informazioni, e che, essendo a direzione unica, costituisce un sistema chiuso. La comunicazione per eccellenza è però quella interpersonale, che invece coinvolge più individui in un sistema circolare e aperto ed è basata su una relazione in cui gli interlocutori si influenzano vicendevolmente attraverso tre tipi di linguaggio:

Linguaggio verbale, tipicamente umano, che avviene attraverso l’uso della lingua, sia scritta che orale e che dipende da precise regole sintattiche e grammaticali che inevitabilmente compromettono l’efficacia comunicativa tra lingue e dialetti diversi;

Linguaggio non verbale o del corpo, che avviene attraverso mimiche facciali, sguardi, gesti, posture, come ad esempio toccarsi il mento per mostrare una certa riflessione sull’argomento di cui si sta parlando, o tirare il busto in avanti quando siamo interessati a ciò che stiamo ascoltando fino a mordicchiarsi le labbra quando la cosa ci interessa ma siamo consapevoli di non poterla fare;

Linguaggio paraverbale, che riguarda il tono, il volume e il ritmo della voce ma anche le pause e altre espressioni sonore come schiarirsi la voce o giocherellare con qualsiasi cosa capiti a tiro di mano.

È importante sottolineare che per esserci comunicazione, oltre al linguaggio, tutti gli altri elementi devono essere presenti, nessuno escluso. Il processo comunicativo, infatti, è una delle cose più complesse che esistano in natura.

La presenza del ricevente, il linguaggio condiviso e il contesto familiare non bastano a garantire la totale comprensione del messaggio. Nello specifico, la relazione personale esistente tra due o più interlocutori può compromettere notevolmente l’efficacia comunicativa dal momento che questa si manifesta normalmente con una distanza fisica pressoché standard (relazione familiari, partner, ecc. inferiore ai 50 cm. proporzionalmente fino a 3,5 metri con amici, conoscenti o sconosciuti).

Per una comunicazione efficace non basta saper parlare, essa non è una semplice facoltà mentale, ma una condizione essenziale della vita e dello stato di benessere di ogni essere vivente perché contribuisce a creare il senso di identità della persona permettendole di trasmettere informazioni di varia natura a più individui che rimandano una risposta.

Noi comunichiamo continuamente.

Comunichiamo attraverso le parole che diciamo e le modalità con le quali le formuliamo, ma comunichiamo anche quando non parliamo, attraverso gli sguardi e le espressioni corporee; e comunichiamo attraverso i nostri comportamenti, l’esempio che mostriamo e persino attraverso i risultati che otteniamo.

Ogni nostra interazione con le altre persone presuppone un momento di comunicazione, che è la diretta conseguenza della comunicazione che abbiamo con noi stessi, attraverso i nostri pensieri e le nostre convinzioni.

Lavorare significa interagire con altre persone e quindi significa comunicare.

La comunicazione è lo strumento attraverso il quale esprimiamo la nostra personalità e mettiamo in gioco le nostre competenze.

E la comunicazione è lo strumento attraverso il quale otteniamo o meno il consenso da parte delle altre persone e quindi la collaborazione o meno da parte dei nostri colleghi, capi, collaboratori, clienti, fornitori.

RISCHIO CONTAGIO

“Chi non ricorda il passato è destinato a riviverlo”. George Santayana (1863-1952).

La lunga e triste storia del legame uomo – malattia è stata tratteggiata nel tempo dal pregiudizio, dall’ostilità e dalla discriminazione nei confronti dei sofferenti, sia che fossero “pazzi” o “alcolisti” o “viziosi”, “epilettici” “delinquenti comuni” o “portatori di malformazioni o mutilazioni” o più semplicemente “poveri”, senza nessuna distinzione di sorta. Lo stigma sociale che li accomuna(va) ha contribuito alla loro segregazione, internamento ed emarginazione sociale, sottoponendoli spesso a forme estreme di repressione. Fin dall’antichità le malattie in generale furono spesso ricondotte all’intervento di forze soprannaturali (spiriti e divinità).

Ai tempi della Grecia classica la Follia ad esempio era considerata come vendetta degli dei, curabile solo grazie all’intervento dei sacerdoti. Roma non ebbe una cultura medica originale, assorbì via via la cultura greco alessandrina e passò da una concezione magica ad una naturalistica della malattia. In sintesi nelle diverse culture orientali e, greco – romana, un malato “grave” era da isolare anche fisicamente onde evitare il possibile contagio della collettività.

Nel Medioevo nacquero i primi ospedali e persino prima dell’anno Mille furono costruiti in Oriente, a Baghdad e al Cairo, anche speciali reparti per malati mentali.

In Europa, nel Medioevo, la lebbra ad esempio, seminava il terrore e morte. Il lebbroso era considerato un peccatore e il suo corpo era lo specchio fedele della malattia dell’anima. Per gli uomini del periodo era impossibile separare gli eventi somatici dal loro significato spirituale. La lebbra era quindi il prodotto del peccato peggiore, ovverossia quello che per i cattolici rappresenta il “vizio impuro”, uno dei sette vizi o peccati capitali. Nelle città d’Europa i malati di lebbra vennero perseguitati e relegati nei lazzaretti, dal nome dell’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth, su cui nel XV secolo sorse un avamposto di quarantena chiamato Nazaretto, dal cui nome, per sovrapposizione col nome del personaggio evangelico Lazzaro (appestato per antonomasia, che la tradizione vuole sia stato resuscitato da Cristo), nacque quello di lazzaretto.

Tali strutture erano situate nelle estreme periferie dei centri abitati onde evitare i contatti con la popolazione sana.

La realtà dei lazzaretti ben descritta nel celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni “I promessi sposi” più che ospedali, erano delle quarantene in cui i malati variamente infetti e incurabili venivano isolati per preservare il resto della comunità dal contagio. La segregazione scongiurava la paura della malattia e rispondeva al bisogno di protezione contro la contaminazione. Il lebbroso era un morto vivente, privato di ogni bene ed allontanato dal proprio ambiente sociale e materiale. Se autorizzato ad uscire doveva far in modo che la sua presenza fosse segnalata per evitare qualsiasi tipo di contatto con le persone sane. Essi infine, dopo la carestia del 1315-18 e le grandi epidemie che susseguirono, vennero accusati, insieme agli ebrei, di essere i responsabili della catastrofe umanitaria. Filippo V re di Francia organizzò la caccia ai lebbrosi in tutta la regione. Un gran numero di malati, dopo le confessioni di colpevolezza estorte sotto tortura, vennero arsi vivi o linciati dalle folle incontrollate, in un macabro rituale purificatore sostenuto e incoraggiato dal re e dai feudatari nel tentativo di distrarre le popolazioni estenuate dalla carestia e abbrutite dalla miseria e dalle calamità.

Alla fine di questo periodo la lebbra, che aveva simbolicamente rappresentato il male di un’epoca, cominciò a diradarsi sin quasi a scomparire. Il lebbroso passò così dall’isolamento ospedaliero a quello domiciliare. Le dizioni “morbo di Hansen” o “Hanseniasi” vengono ancora oggi privilegiate per evitare lo stigma che la parola “lebbra” ancora reca con sé nell’opinione pubblica.

Liberati i lebbrosi dai lebbrosari sorgeva il problema di riempire quei contenitori di malati, da tenere a dovuta distanza, con altro materiale umano difettoso. I Folli soppiantarono i lebbrosi. Secondo l’approccio demonologico medioevale anche, i folli, allo stesso modo dei lebbrosi, venivano considerati peccatori, umiliati, torturati e finanche arsi vivi, perché la malattia mentale era un castigo divino punibile, contraddittoriamente, dagli uomini.

Nel 1494 Sebastian Brant (1458 – 1521) pubblicò “DasNarrenschiff”, poema allegorico in versi. Il volumetto satirico ebbe un successo inaspettato, anche grazie alla traduzione in latino con il titolo di “Stultifera Navis”. Il motivo della Nave della Follia “strano battello stipato di folli che naviga senza una meta lungo i fiumi”, precisa Foucault nel primo capitolo della “Storia della follia nell’età classica”, non era, poi, totalmente un frutto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i “matti” dalle comunità dei “normali”, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. La nave dei folli diventerà l’allegoria letteraria più ricorrente del nord Europa e sarà tra le più importanti fonti di ispirazione per un altro saggio a carattere satirico “l’Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, (1466-1536), teologo, filosofo olandese, che però non considererà la follia come una pena inflitta al peccatore, bensì come una qualità positiva che prelude la pura saggezza.

Erasmo utilizzava la satira e l’ironia, per mettere in mostra, così come Brant, la decadenza morale della società del suo tempo, a partire dalla Chiesa e dalle altre istituzioni, per concludere che “il mondo è dominato dalla follia “

La Stultifera Navis più rudemente, ospita solo passeggeri folli, personificazioni dei peccati capitali, dell’immoralità e della stupidità: sono gli stessi folli, i rappresentanti della vita civile, religiosa e culturale, tutti indifferenti alla ricerca della verità, un atteggiamento questo che, secondo Brant, reca con se solamente la sciagura e l’inevitabile naufragio. Sulla nave della follia regna la stoltezza e la morte.

LE GRANDI EPIDEMIE NELLA STORIA DELL’UMANITÀ

Gli uomini vissero per circa 1,5-2,0 milioni di anni (fino a 10.000 anni fa in villaggi di 100-200 persone e si muovevano in continuazione alla ricerca di nuovi territori di caccia.

Le epidemie hanno sempre accompagnato il cammino dell’uomo, esse ebbero inizio quando gli uomini incominciarono ad aggregarsi in comunità stabili e il corrispettivo aumento della popolazione rese rapidamente insufficiente il cibo naturale e spinse gli uomini a praticare l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Gli uomini entrarono quindi in contatto con agenti infettivi degli animali d’allevamento e, successivamente, di quelli attratti nei loro insediamenti (ratti, insetti, cani, gatti etc.). L’assenza inoltre di adeguati metodi di smaltimento dei rifiuti e degli escreti favoriva il proliferare di animali parassiti e con altri vettori di agenti infettivi come zecche, pulci e pidocchi.

Anche l’acqua divenne sorgente d’infezioni quali schistosomiasi e colera nonché di diffusione delle zanzare Anopheles, vettrici del parassita responsabile della Malaria.

Già allora, comunque, esistevano patologie quali zoonosi (trichinosi, tularemia, tetano, schistosomiasi, leptospirosi) e parassitosi interne o esterne. Altre infezioni erano rappresentate da salmonellosi e, forse, dalla sifilide. La vita in comunità, la formazione di vasti aggregati con l’inevitabile aumento dei contatti umani hanno favorito, in prima battuta, la trasmissione di malattie per via aerea (morbillo) o contatto diretto (vaiolo), i cui agenti infettanti determinavano l’insorgere di epidemie in grado di decimare la popolazione.

Alcune di esse come la peste, il vaiolo, la sifilide, il colera, la tubercolosi e la pandemia influenzale del 1918-19 hanno cambiato la storia dell’umanità per i loro effetti demografici, economici e sociali. Riferimenti alle epidemie si ritrovano nella letteratura, nell’arte e nella storia di ogni città o villaggio. Le epidemie creavano angoscia e terrore perché seminavano morti a migliaia nello stesso momento. La malattia e la morte individuale sono una tragedia del singolo e della sua famiglia; la morte in massa aggiunge il senso della catastrofe, del flagello, della fine collettiva.

Solo alla fine dell’800 la medicina è stata in grado di scoprire gli agenti eziologici delle principali malattie a carattere epidemico: virus, batteri e protozoi. Insieme a scoprirne le cause, la comunità scientifica è riuscita a scoprire metodologie di prevenzione e cura di molte malattie infettive.

Alle tradizionali malattie di carattere epidemico come peste, vaiolo, sifilide, colera, tubercolosi si sono affiancate negli ultimi 30 anni nuove malattie infettive chiamate “emergenti”. Tra queste l’AIDS, l’infezione da virus Ebola, la SARS, l’influenza aviaria da virus A/H5N1, l’influenza suina da virus A/N1N1 e attualmente in corso quella del corona virus COVID-19.

Anche se ancora per numerose malattie non esistono vaccini, né terapie, la comunità scientifica internazionale può contare oggi su un elevato numero di farmaci e di vaccini sicuri ed efficaci, su una solida esperienza nella collaborazione internazionale, su una incrementata capacità di sorveglianza epidemiologica, su un numero maggiore di laboratori in grado di identificare le caratteristiche genetiche dei virus e di fare diagnosi negli esseri umani, su conoscenze scientifiche in continuo divenire e su un’organizzazione sanitaria in grado di coprire il territorio.

Occorre, però, conoscere l’esperienza del passato, remoto e recente, e farne tesoro per saper affrontare le emergenze sanitarie di oggi: si tratta di un patrimonio di conoscenze e di valori acquisito attraverso secoli di lotta alle grandi epidemie. Imparare dunque dall’esperienza per gestire con successo il presente. Attraverso l’informazione e la conoscenza l’uomo di oggi riesce a vivere coscientemente, superando la paura e fronteggiando anche situazioni di grande emergenza.

 STIGMA SOCIALE ASSOCIATO A COVID-19*

*Guida per prevenire e affrontare lo stigma sociale.

Il documento include raccomandazioni del Johns Hopkins Center for Communication Programs, READY Network. Traduzione italiana di “Social Stigma associated with COVID-19” prodotto da IFRC (International Federation of Red Cross, and Red Crescent Societies), UNICEF e WHO.

Che cos’è lo stigma sociale?

Lo stigma sociale, nel contesto della salute, è l’associazione negativa tra una persona o un gruppo di persone che hanno in comune determinate caratteristiche e una specifica malattia. In una epidemia, ciò può significare che le persone vengono etichettate, stereotipate, discriminate, allontanate e/o sono soggette a perdita di status a causa di un legame percepito con una malattia. Tale esperienza può avere un effetto negativo sulle persone colpite dalla malattia, nonché sui loro caregiver, sulla loro famiglia, sui loro gli amici e sulla loro comunità. Anche le persone che non hanno la malattia ma condividono alcune caratteristiche con questo gruppo possono essere oggetto di stigma. L’attuale epidemia di COVID-19 ha provocato stigma sociale e comportamenti discriminatori nei confronti di persone appartenenti a determinate etnie e di chiunque si ritenga essere stato in contatto con il virus.

Perché il covid-19 sta causando tanto stigma?

Il livello di stigma associato al COVID-19 si basa su tre fattori principali:
1) è una malattia nuova per la quale esistono ancora molte incognite;
2) abbiamo spesso paura dell’ignoto;
3) è facile associare quella paura agli “altri”.
È comprensibile che ci sia confusione, ansia e paura tra la gente. Sfortunatamente, questi fattori stanno anche alimentando la crescita di stereotipi dannosi.

 Qual è l’impatto?

Lo stigma può minare la coesione sociale e può indurre ad un isolamento sociale dei gruppi. Ciò potrebbe contribuire a creare una situazione in cui il virus potrebbe avere maggiore – non minore – probabilità di diffusione.

Ciò può comportare problemi di salute più gravi e maggiori difficoltà a controllare l’epidemia. Lo stigma può:

  • Spingere le persone a nascondere la malattia per evitare discriminazioni.
  • Indurre a non cercare immediatamente assistenza sanitaria.
  • Scoraggiare l’adozione di comportamenti sani.

Come affrontare lo stigma sociale

Le evidenze mostrano chiaramente che lo stigma e la paura nei confronti delle malattie trasmissibili ostacolano la corretta risposta. Serve creare fiducia nei servizi sanitari e nelle raccomandazioni sanitarie affidabili, serve mostrare empatia con le persone colpite, spiegare la malattia e adottare misure efficaci e facili da mettere in pratica in modo che le persone stesse possano proteggersi e possano proteggere i propri cari.

Il modo con cui parliamo di COVID-19 è fondamentale per supportare le persone a intraprendere azioni efficaci per aiutare a combattere la malattia e per impedire di alimentare la paura e lo stigma. È necessario creare un clima in cui la malattia e il suo impatto possano essere discussi e affrontati in modo aperto, onesto ed efficace.

Ecco alcuni suggerimenti su come affrontare il crescente stigma sociale e come evitarlo:

  1. Le parole contano: cosa fare e cosa non fare quando si parla del nuovo coronavirus (COVID-19)
  2. Fai la tua parte: idee semplici per allontanare lo stigma
  3. Suggerimenti e messaggi di comunicazione.

Le parole contano

Quando si parla di coronavirus, alcune parole (per esempio, “caso sospetto”, “isolamento”) e in generale il linguaggio utilizzato nella comunicazione possono avere un significato negativo per alcune persone e dunque possono alimentare atteggiamenti stigmatizzanti.

Le parole utilizzate possono consolidare stereotipi o ipotesi negative, rafforzare false associazioni tra la malattia e altri fattori, creare una paura diffusa o “disumanizzare” coloro che sono colpiti dalla malattia.

Tutto ciò può indurre le persone a non farsi controllare, a non farsi visitare e non rimanere in quarantena.

Raccomandiamo anzitutto l’uso di un linguaggio adatto alla gente in tutti i canali di comunicazione, compresi i media, un linguaggio che sia rispettoso delle persone e che possa essere facilmente recepito. Le parole usate nei media sono particolarmente importanti, perché daranno forma al linguaggio popolare e alla comunicazione sul nuovo coronavirus (COVID-19).

Espressioni negative nel racconto della malattia hanno il potenziale di influenzare il modo in cui poi sono percepite e trattate le persone che si pensa possano avere il nuovo coronavirus (COVID-19) e cioè i malati, le loro famiglie e le comunità colpite dal virus. Ci sono molti esempi concreti di come l’uso di un linguaggio inclusivo e di una terminologia meno stigmatizzante possano contribuire a controllare epidemie e pandemie, come nel caso dell’HIV, della Tubercolosi e dell’influenza H5N1.

Cosa fare e cosa non fare

Di seguito sono riportate alcune cose da fare e altre da non fare in termini di linguaggio quando si parla della nuova malattia da coronavirus (COVID- 19):
COSA FARE – parlare della nuova malattia da coronavirus (COVID-19)
Cosa non fare – Associare luoghi o etnie alla malattia, questo non è un “virus di Wuhan”, un “virus cinese” o un “virus asiatico”, un “virus italiano”. Il nome ufficiale della malattia è stato scelto deliberatamente per evitare la stigmatizzazione: “CO” sta per Corona, “VI” per virus e “D” per malattia, il 19 è perché la malattia è emersa nel 2019.
COSA FARE – parlare di “persone che hanno COVID-19”, “persone che sono in cura per COVID-19”, “persone che si stanno riprendendo da COVID-19” o “persone che sono morte dopo aver contratto COVID-19”
Cosa non fare– Riferirsi a persone con la malattia come “casi COVID-19” o “vittime”.
COSA FARE – parlare di “persone che potrebbero avere COVID-19” o “persone che si presume abbiano il COVID-19”
Cosa non fare–Utilizzare parole di duplice significato come ad esempio la parola sospetto, “sospetti COVID-19” o di “casi sospetti”. La scelta poco felice di parole che richiamano alla colpevolezza non sono consigliabili.
COSA FARE – parlare di persone che “hanno preso” o “hanno contratto” il COVID-19.
Cosa non fare Parlare di persone che “trasmettono COVID-19”, “infettano gli altri” o “diffondono il virus” poiché implica una trasmissione intenzionale e attribuisce una colpa. L’uso della terminologia criminalizzante o disumanizzante crea l’impressione che chi ha la malattia abbia in qualche modo fatto qualcosa di sbagliato o sia meno umano di noi, alimentando così lo stigma, minando l’empatia e potenzialmente alimentando una maggiore riluttanza a farsi curare o a sottoporsi a screening, a test e a quarantena.
COSA FARE – parlare in modo accurato del rischio derivante da COVID-19, sulla base di dati scientifici e delle più recenti raccomandazioni fornite dalle istituzioni preposte, che operano per la salute.
Cosa non fare– ripetere o condividere voci non confermate ed usare un linguaggio iperbolico creato per generare paura ad esempio utilizzando parole come “peste”, “apocalisse”, ecc.
COSA FARE – parlare in modo positivo ed enfatizzare l’efficacia delle misure di prevenzione e trattamento. Per la maggior parte delle persone questa è una malattia dalla quale si guarisce. Ci sono semplici passi che tutti possiamo fare per mettere al sicuro noi stessi, i nostri cari e i più vulnerabili.
Cosa non fare – enfatizzare o soffermarsi sul negativo o sui messaggi di minaccia. Dobbiamo lavorare insieme per aiutare a proteggere le persone più vulnerabili.
COSA FARE– sottolineare l’efficacia dell’adozione di misure protettive per prevenire l’acquisizione del nuovo coronavirus, effettuare screening, test e farsi curare.

 

Fai la tua parte

I Governi, i cittadini, i media, gli influencer chiave e la comunità hanno un ruolo importante da svolgere nel prevenire e fermare lo stigma che oggi colpisce le persone che vengono dalla Cina e dall’Asia in generale.

Dobbiamo essere tutti molto attenti e accoglienti quando comunichiamo sui social media e su altre piattaforme di comunicazione, mostrando comportamenti di supporto relativamente alla nuova malattia da coronavirus (COVID-19). Ecco alcuni esempi e suggerimenti su possibili azioni per contrastare gli atteggiamenti stigmatizzanti:

  • Fornire informazioni: lo stigma può essere intensificato da una conoscenza insufficiente relativamente a come il nuovo coronavirus (COVID-19) viene trasmesso e trattato e come si può prevenire l’infezione. Di conseguenza, dare la priorità alla raccolta, al consolidamento e alla diffusione di informazioni accurate e specifiche per ogni paese e comunità, per quanto riguarda: le aree interessate, la vulnerabilità individuale e di gruppo a COVID-19, le opzioni di trattamento e cosa fare per avere assistenza sanitaria e informazioni sulla malattia.
  • Usare un linguaggio semplice e evitare termini clinici. I social media sono utili per raggiungere un gran numero di persone per fornire informazioni sulla salute a costi relativamente bassi.
  • Coinvolgere gli influencer sociali ad esempio persone famose, celebrità, o leader religiosi, per favorire una attenta riflessione sulle persone che sono stigmatizzate e come sostenerle, e per amplificare i messaggi che riducono lo stigma. Le informazioni fornite da queste persone dovrebbero essere ben mirate e le celebrità alle quali viene chiesto di comunicarle dovranno sentirsi direttamente coinvolti, essere giuste per il contesto geografico e culturale al quale si rivolgono e adeguate al pubblico che si vuole influenzare. Un esempio potrebbe essere un sindaco (o altro influencer chiave) che va in diretta sui social media e stringe la mano al leader della comunità cinese.
  • Amplificare le voci, le storie e le immagini delle persone locali che hanno avuto il coronavirus (COVID-19) e sono guarite o che hanno supportato una persona cara durante la malattia per sottolineare che la maggior parte delle persone guarisce dal COVID-19. Inoltre, l’implementazione di una campagna denominata “eroe” per onorare chi si prende cura dei malati e gli operatori sanitari che potrebbero essere stigmatizzati. Anche i volontari svolgono un ruolo importante per ridurre lo stigma nelle comunità.
  • Assicurarsi di rappresentare diversi gruppi etnici. Tutti i materiali prodotti dovrebbero mostrare diverse comunità colpite dal COVID 19 che lavorano insieme per prevenirne la diffusione. È bene assicurarsi che i caratteri, i simboli e i formati utilizzati siano, neutrali e non suggeriscano alcun gruppo particolare.
  • Seguire un “giornalismo etico”: gli articoli che si concentrano eccessivamente sul comportamento individuale e sulla responsabilità dei pazienti di avere preso e di “diffondere COVID-19″ possono aumentare lo stigma delle persone che potrebbero avere la malattia. Alcuni media si sono concentrati, ad esempio, sull’origine di COVID-19, cercando di identificare il “paziente zero” in ciascun paese. Enfatizzare gli sforzi per trovare un vaccino e un trattamento può aumentare la paura e dare l’impressione che non siamo in grado di arrestare le infezioni. Vanno invece promosse informazioni relative alle pratiche di prevenzione delle infezioni di base, ai sintomi di COVID-19 e a quando cercare assistenza sanitaria.
  • Stare uniti: esistono diverse iniziative per affrontare lo stigma e gli stereotipi. È fondamentale collegarsi alle attività esistenti per creare un movimento e un ambiente positivo che mostri attenzione ed empatia per tutti.

SUGGERIMENTI E MESSAGGI UTILI PER LA COMUNICAZIONE

L’ “infodemia” di disinformazione e di voci infondate si sta diffondendo più rapidamente dell’attuale epidemia del nuovo coronavirus (COVID-19).

Ciò contribuisce agli effetti negativi tra cui la stigmatizzazione e la discriminazione delle persone delle aree colpite dall’epidemia. Abbiamo bisogno di solidarietà collettiva e di informazioni chiare e facilmente applicabili per sostenere le comunità e le persone colpite da questo nuovo epidemia.

Informazioni sbagliate, voci infondate e disinformazione in generale stanno contribuendo allo stigma e alla discriminazione ostacolando gli sforzi di contenimento.
– Correggere le credenze sbagliate, allo stesso tempo riconoscere che i sentimenti che prova la gente e i comportamenti a questi associati sono molto reali, anche se l’assunto di base è falso.
– Promuovere l’importanza della prevenzione, delle azioni salvavita, dello screening precoce e della cura. La solidarietà collettiva e la cooperazione globale sono necessarie per prevenire un’ulteriore trasmissione della malattia e alleviare le preoccupazioni delle comunità.
− Condividere racconti che generano empatia o storie che umanizzano le esperienze e le difficoltà delle persone o dei gruppi di persone colpiti dal nuovo coronavirus (COVID-19)
− Trasmettere supporto e incoraggiamento per coloro che sono in prima linea nella risposta a questa epidemia (operatori sanitari, volontari, leader della comunità ecc.).

I fatti, non la paura, fermeranno la diffusione del nuovo coronavirus (COVID-19):
– Condividi fatti e informazioni accurate sulla malattia.
– Sfida miti e stereotipi.
– Scegli le parole con attenzione.

Il modo in cui comunichiamo può influire sugli atteggiamenti degli altri.

Il Metodo Hudolin: origini, sviluppi e prospettive future (il nuovo libro di Giampaolo Carcangiu)

programma new sch_05

Presentazione a cura di Andrea Manfredi 

Il libro di Giampaolo Carcangiu sul “Metodo Hudolin” è importante e necessario, a parere di chi scrive, per almeno due ordini di motivi fra loro interconnessi.

Il primo riguarda il bisogno di colmare un vuoto, o per meglio dire di riparare a un’ingiustizia storica. Quella per la quale il nome, la figura e il contributo scientifico di Vladimir Hudolin, senz’altro uno dei maggiori e più originali protagonisti nel campo delle scienze umane dell’intero Novecento, rimangono tuttora sconosciuti al pubblico e ignorati, o considerati tutt’al più con una certa sufficienza, anche da molti “addetti ai lavori”. Come ricorda l’autore, questo non vale certo per le decine di migliaia di famiglie, cittadini e professionisti sociosanitari direttamente coinvolti nei programmi territoriali da lui concepiti e realizzati, ma è indubbio che al movimento dei Club sia finora mancato nel nostro Paese il riconoscimento pubblico raggiunto, per fare un esempio, dalla psichiatria democratica di Franco Basaglia.

Malgrado lo spessore culturale e scientifico delle radici del pensiero di Hudolin e della sua formazione, malgrado la sua piena appartenenza al movimento planetario di deistituzionalizzazione, malgrado la portata storica rivoluzionaria delle sue osservazioni, malgrado il notevolissimo impatto pratico delle sue realizzazioni, l’approccio ecologico sociale appare ancora agli occhi dei più come un fenomeno di nicchia, ai limiti del settarismo, una corrente di pensiero “alternativa” e un po’ semplicistica, una proposta magari generosa ma velleitaria, sostanzialmente priva di rigore, insomma da lasciare fuori dal salotto buono della Scienza ufficiale. Lo stesso mondo dei Club rischia di colludere talvolta con questa (mancata) considerazione, in una sorta di complesso di inferiorità che ci può portare a collocarci in una posizione di mera “testimonianza”, subalterna e funzionale alla cultura generale, scientifica e sanitaria maggioritaria. Quando invece il nostro approccio possiede le solidissime basi scientifiche, culturali e metodologiche che vengono riaffermate in questo libro, in cui l’autore sintetizza, amplia e sviluppa il suo lavoro di ricerca trentennale.

Diverse ragioni possono forse spiegare questo mancato riconoscimento. La provenienza di Hudolin dalla “piccola” Croazia, un paese percepito come periferico, può avere reso difficile a un certo nostro provincialismo accogliere le lezioni di un maestro straniero, per di più nemmeno americano (malgrado i suoi lunghi anni anglosassoni). In più, l’ambito di partenza delle sue ricerche, l’alcologia, era (ed è) generalmente considerato “minore”, secondario rispetto ad altre più nobili branche mediche, psichiatria compresa. Proprio nel campo alcologico, poi, la carica innovativa delle concezioni hudoliniane suonava particolarmente eversiva rispetto al sistema consolidato di cultura, tradizioni e interessi economici che ruota intorno alla produzione e al consumo dell’alcol.

Ma la più profonda ragione del misconoscimento del pensiero e del lavoro di Hudolin rimane a mio parere l’inquietante radicalità delle sue conclusioni, la sua sistematica opera di demistificazione, non solo e non tanto dei miti della cultura alcolica, ma prima di tutto del mito della specializzazione e della delega che ancora pervade la cultura generale e sanitaria: la proliferazione delle diagnosi e l’illusione delle terapie come atto puramente tecnico; un mito che ingabbia l’agire medico e qualsiasi professione d’aiuto nel paradigma dell’erogazione di prestazioni a un soggetto passivo e in una concezione univoca e normativa della salute e della malattia. L’avere guardato con occhi nuovi, con l’apertura mentale del vero uomo di scienza, alla sofferenza degli esseri umani e delle loro relazioni, l’avere dimostrato con semplicità, in teoria e nella pratica del lavoro del Club, l’inutilità di tante categorie, l’avere detto che “il re è nudo”, suona ancora oggi a molti difficilmente perdonabile. Inaccettabile. Rivoluzionario. Antiscientifico.

Come se la scienza non procedesse, da sempre, per salti, per rivoluzioni. Come se non fosse vero che “la scienza normale, l’attività nella quale la maggior parte degli scienziati passa inevitabilmente quasi tutto il suo tempo, si basa sull’assunzione che la comunità scientifica conosce il mondo per quello che è. La scienza normale spesso sopprime novità fondamentali, perché queste inevitabilmente sovvertono i suoi assunti di base” (Kuhn, la struttura delle rivoluzioni scientifiche). Una concezione della scienza autoritaria e paternalistica, che ci vuole tutti un po’ bambini. E invece succede che, come fa dire Brecht al suo “Galileo”: “Dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio. […] È risultato che i cieli sono vuoti: e a questa constatazione si è innalzata una gran risata d’allegria”.

Ecco, prima di tutto questo libro è il racconto di quel processo storico di messa in crisi della cultura dominante che ha accomunato il meglio delle scienze umane del Novecento, e di come da questo terreno fertile si sia alimentata e sia emersa la personalità di Hudolin. Prendendo le mosse dal suo precedente “Vladimir Hudolin. Storia di una rivoluzione scientifica”, qui ampliato e approfondito, Giampaolo Carcangiu ricostruisce la biografia umana e culturale di uno psichiatra geniale, audace perché ragionevole, inserendola nel periodo storico in cui questa si è sviluppata, ricapitolando per i lettori un secolo e più di storia politica, intellettuale, sociale, scientifica, culturale, compresi i suoi aspetti criminali (uno per tutti, la spesso dimenticata corresponsabilità della psichiatria ufficiale nella barbarie nazifascista). Il punto centrale di questa ricostruzione storica è l’affermazione, la dimostrazione e la rivendicazione della indiscutibile scientificità del contributo hudoliniano e del metodo da lui messo a punto, con buona pace di chi lo vorrebbe ridurre a uno strumento empirico per smettere di bere alcol, o a un generico esercizio di buoni sentimenti e buona volontà.

Ma, per forza di cose, il libro non si ferma qui, ed è questo il secondo grande motivo che ne rende essenziale la lettura.

Se il senso più profondo dell’eredità di Hudolin è la critica continua di ogni sistema dato, di ogni sovrastruttura e incrostazione non necessaria, allora è di vitale importanza, a partire dalla conoscenza approfondita della sua storia, evitare il rischio che l’approccio ecologico sociale si cristallizzi a sua volta in un sistema chiuso, statico, autoreferenziale, tanto rassicurante per chi lo pratica quanto irrigidito in una sorta di “ortodossia”. Un rischio che ha corso, per esempio, quell’altro grande movimento di rottura e di critica che è stata la psicoanalisi.

In questo senso il passaggio decisivo è la proposta di rinunciare definitivamente alla centralità dell’oggetto-alcol nelle pratica del Club e alla limitazione ai problemi alcolcorrelati e complessi del suo campo d’azione.

È stato probabilmente inevitabile che i fondamenti dell’approccio ecologico sociale siano stati elaborati a partire dalla critica della cultura alcolica; mai come in quel caso infatti sono lampanti le contraddizioni di una cultura che da un lato promuove il consumo di una sostanza tossica e dall’altro opera delle categorizzazioni arbitrarie per difendersi dai danni della sostanza stessa, attribuendoli a una minoranza deviante.

Ma tale contraddizione non è certo esclusiva del campo dei problemi alcolcorrelati; può essere facilmente riscontrata in tanti altri esempi di stili di vita dannosi e si estende più in generale al modo di concepire la salute, il rapporto fra responsabilità personale e comunitaria, fra scelte e condizionamenti, fra cittadini e istituzioni sanitarie. Ecco che allora, come dimostrato ampiamente nella terza parte di questo libro, il Metodo Hudolin “funziona” in una varietà di situazioni e condizioni diverse, come d’altra parte già affermato a chiare lettere dal suo fondatore.

Non si tratta certo di creare tanti piccoli sistemi di Club iperspecializzati in questa o quella “problematica”, quanto piuttosto di spostare il fuoco del lavoro del Club dalle singole problematiche, dal concetto stesso di problematica, al nucleo centrale del rapporto di ogni singolo essere umano con le sue proprie sofferenze e difficoltà e con quelle dei suoi simili. Ed è nella seconda parte del libro che vengono approfonditi nella maniera più semplice e  aggiornata i temi che sono il nucleo centrale e profondo dell’approccio: la promozione della salute, l’ecologia integrale, la spiritualità ecologica, il disagio esistenziale e la resilienza, la ricerca sulle “life skills”, l’empatia, fino alla “certificazione” neurobiologica delle intuizioni hudoliniane data dalla scoperta capitale dei neuroni specchio. Tutto questo va a comporre una concezione adulta, matura, necessariamente complessa, della salute e dell’esistenza, compresa quella conquista estrema della maturità che consiste nel riconoscere che siamo tutti bambini di fronte alla vita.

Non è facile raccogliere un’eredità. Ci si può limitare ad “adorare le ceneri”, come afferma la splendida citazione di Mahler riportata nel testo, o si può scegliere di metterla a frutto “custodendo il fuoco”, quell’elemento che proprio nel variare incessante delle sue forme trova la sua vitalità e forza. Questa seconda posizione richiede indubbiamente coraggio, ma, ancora secondo il “Galileo” brechtiano: “Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti”. Il dubbio e la speranza, aggiungerei, perché, come recita l’antico frammento di Eraclito “Se non spera, non troverà l’insperato: ne è difficile la ricerca e ardua la via”. Ardua e interessante e ricca e divertente e imprevedibile.

Grazie Giampaolo, buona lettura e buon lavoro a tutti.

 Andrea Manfredi

Per chi volesse ricevere maggiori informazioni o ordinare una copia, contattare la segreteria Arcat al seguente indirizzo e-mail: arcatsardegna@aicat.net

RIFLESSIONI CONCLUSIVE DEL XXVIII CONGRESSO AICAT “Coltivare relazioni ecologiche e far crescere la cultura del bene comune” Boario Terme (Bs), 27 – 29 settembre 2019

slider_boario2019Nei giorni 27-29 settembre 2019 si è svolto presso il Centro Congressi di Boario Terme (BS) il XXVIII Congresso Nazionale AICAT dal titolo “Coltivare relazioni ecologiche e far crescere la cultura del bene comune”.

Il Congresso è stato organizzato dall’AICAT insieme all’ARCAT Lombardia. Si ringrazia l’AICAT nella figura del Presidente Marco Orsega, Giacomo Lorenzetti, Presidente ARCAT Lombardia, il gruppo di lavoro nazionale, tutti i Club della Lombardia, in particolare dell’ACAT Cremonese e dell’Alto Sebino che si sono impegnati per la buona riuscita del Congresso. Si ringrazia, inoltre, tutto lo staff della segreteria.

Si ringraziano lo stabilimento dell’acqua minerale Boario che ci ha dissetato per i tre giorni del Congresso, la direzione delle Terme di Boario che ci ha regalato una visita del parco, la Cooperativa Boario Fiere e l’agenzia di viaggio Monticolo Vacanze che hanno curato l’accoglienza e la logistica.

Hanno partecipato circa 800 persone provenienti dalla gran parte delle regioni italiane. Con piacere abbiamo accolto un rappresentante dei Club dell’Ecuador che è stato con noi per tutto il Congresso.

Il Congresso è stato introdotto dal benvenuto del presidente dell’ARCAT Lombardia, Giacomo Lorenzetti, e del Sindaco di Darfo Boario Terme, Ezio Mondini che ringraziamo per i graditi saluti.

Si ringrazia Sabina Salvi che, da bambina, ha fermato in un disegno un momento della vita del Club che con piacere abbiamo adottato come logo del Congresso. Si ringrazia anche la famiglia Goisis per questo racconto e per averci riportato agli albori dei programmi lombardi.

La relazione del Presidente Marco Orsega (in allegato a questo documento) ha dato avvio ai lavori, fornendo stimoli significativi per l’evoluzione del sistema, che hanno arricchito l’intero Congresso.

Si è ricordato che l’apertura dei lavori del Congresso coincide con la manifestazione mondiale (Friday’s for Future) sul cambiamento climatico, avviata da Greta Thunberg che ha dimostrato come i cambiamenti culturali si possono trasmettere attraverso la comunicazione interpersonale, l’impegno, la passione e il crederci di ciascuno, nella costruzioni di relazioni nutrienti e generative.

Come è ormai consuetudine, la mattina del venerdì è stata dedicata all’incontro con i rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali e dei servizi, per riflettere insieme sul tema: “Comunità e relazioni sociali per lo sviluppo di nuovi percorsi culturali”.

La tavola rotonda, coordinata da Nello Baselice, si è interrogata sulla questione del bene comune e sulle contraddizioni tra interessi economici e interessi di salute. Se sobrietà significa avere il coraggio di prendere posizione, allora è nostro compito denunciare le collusioni e l’asservimento di una parte della scienza agli interessi di mercato. Dobbiamo farci cittadinanza attenta ed attiva che non si mette in attesa ma in movimento, allargando la sfera delle sue relazioni, facendo una critica sapiente e scientificamente fondata, e promuovendo tutte le azioni di advocacy necessarie.

Si ringraziano per gli interventi: Doralice Piccinelli (Comune Darfo Boario Terme), Patrick Rinaldi, (Comunità Montana Laghi Bergamaschi), Ilario Sabbadini (Comunità Montana Val Camonica), Samuele Alghisi (Provincia Brescia), Maria Migliore (Ministero della Salute), Maurizio Fiasco (Consulta Nazionale Antiusura), Emanuele Scafato (Istituto Superiore di Sanità), Ugo Calzolari (ASST Bergamo Est), Maria Raffaella Rossin (NOA Milano), Ornella Baisini (ASST Val Camonica), Andrea Noventa (ASST Papa Giovanni XXIII).

l laboratori del pomeriggio hanno affrontato il tema del Congresso “Coltivare relazioni ecologiche…” declinandolo nell’esperienza del Club, nell’essere associazione e nell’essere famiglia e comunità, da cui riportiamo le seguenti considerazioni:

  1. Il Club è bene comune, è per tutti, ci entriamo come persone e non come problemi mettendo al centro la vita e la persona con tutto ciò che significa.
  2. Nel Club si trova umanità senza giudizio né fretta, ascolto e identificazione nelle storie degli altri: ascolto è una parola magica.
  3. Il Club è un’opportunità, un luogo dove ognuno sceglie cosa fare della vita: il cambiamento è frutto di una scelta personale, non imposto e va inteso come evoluzione. Se non c’è il passaggio da astinenza a sobrietà si sta fermi.
  4. Hudolin è stato geniale nel mettere insieme le famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi, dargli dignità e visibilità nella comunità. Oggi la società è cambiata, dobbiamo osare riconoscendo il valore scientifico del nostro sapere esperienziale avvalorato anche dall’OMS
  5. Il Club deve aprirsi alla complessità della vita: a volte parlare di alcol serve solo per non parlare di altro.
  6. I percorsi di Educazione Ecologica Continua (EEC) devono essere aggiornati alle nuove emergenze e bisogni della comunità con la consapevolezza che non dobbiamo dare risposte specifiche o tecniche (es. sostanze, azzardo, etc…) ma lavorare sulla relazione e sulla crescita umana.
  7. È forte l’esigenza che il nome del Club sia più rispondente a quanto si fa e permetta di identificarci: tutte le famiglie devono potersi esprimere in merito a questo cambiamento.
  8. Sperimentiamo grandi difficoltà a portare nell’associazione e nella comunità, le relazioni solidali che viviamo nel Club. Dobbiamo vivere nella quotidianità l’esperienza maturata nel Club con creatività, coraggio, entusiasmo e gioia.
  9. Il Club come palestra di capacità di vita: dal riconoscimento delle emozioni, alla comunicazione efficace, al pensiero critico. Tutto questo ci permette di diventare cittadini attivi e responsabili e vivere la comunità.
  10. Nel Club si impara a prenderci cura di noi stessi, della famiglia ma anche della comunità: abbiamo una funzione di impegno civico e politico e per questo è necessario rafforzare in tutti la consapevolezza che il Club è un progetto di cambiamento culturale.
  11. E’ importante studiare e avere chiaro il significato dell’approccio ecologico sociale per partecipare e far crescere la cultura del bene comune, utilizzando una terminologia coerente e utile alla sensibilizzazione dell’intera comunità, con particolare riguardo ai professionisti che possono incidere, con noi, sulle politiche di salute.
  12. Il Club è associazione. Siamo tutti addetti ai lavori…in corso!
  13. L’assunzione di responsabilità che diventa corresponsabilità, è parte integrante dell’approccio ecologico sociale e del processo di crescita e maturazione di ciascuno di noi.
  14. Uscire dal Club e fare rete richiede sforzo e fatica, ma siamo ecologia in quanto siamo relazione: quello che sta nella comunità ci riguarda!
  15. “Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante” (proverbio del Burkina Faso): è importante chiederci e valutare se le nostre azioni producono cambiamenti nella comunità.
  16. Per coltivare relazioni ecologiche è fondamentale la costanza e l’impegno nella partecipazione al Club e nei percorsi di EEC che permettono la trasformazione del sistema. Nessuno si può chiamare fuori dall’EEC: “La chiamata è per tutti!”.
  17. E’ importante introdurre con maggiore attenzione e cura spazi di gioco in tutti i momenti dell’EEC per migliorare la capacità di relazionarsi e la qualità delle nostre relazioni.
  18. La crescita del nostro sistema passa attraverso la capacità di tenere insieme le giovani energie e le esperienze maturate, passando dall’IO al NOI.
  19. Il nostro contributo al bene comune si realizza nella diffusione dei Club come presidio nella comunità che promuove la cultura e il valore politico della sobrietà.
  20. Resta ancora aperta la riflessione sulla modalità di approccio ai giovani e al mondo della scuola.
  21. Dobbiamo imparare ad avvalerci meglio e maggiormente della tecnologia per aumentare le connessioni e condividere le esperienze di lavoro nella comunità promuovendo la cultura ecologico sociale (es. piattaforma, sito, etc).

Il sabato mattina è stato gradito l’intervento della Dirigente del MIUR, Ministero Istruzione Università e Ricerca, Maria Costanza Cipullo, che ha sottolineato l’importanza del fare sistema, non solo tra istituzioni pubbliche, ma anche col mondo delle associazioni come l’AICAT.

Nella tavola rotonda “Consapevoli e corresponsabili per far crescere la cultura del bene comune”, coordinata da Angelo Tedioli e Pino Nicolucci, hanno partecipato: Nicoletta Regonati, Tamara Balbinot, Francesca Francalacci, Luigino Pellegrini, Fabio Folgheraiter e Valentino Patussi che ha portato il contributo della Prof. Filomena Maggino (Università La Sapienza di Roma e Presidenza del Consiglio dei Ministri).

Gli interventi hanno messo in evidenza come sia sempre più urgente vivere con la consapevolezza che, anche con le nostre piccole azioni quotidiane, lasciamo un’impronta ecologica da cui dipende la qualità della vita sull’intero pianeta, dall’Amazzonia alla Valcamonica: “Non dobbiamo vivere a nostra insaputa” (L. Floramo).

Il tema della consapevolezza ci ha avvicinato al “Buen vivir”, contenuto nella costituzione ecuadoriana, definito come “vivere in consapevolezza e in armonia con sè stessi e con le altre forme di vita presenti in natura nel rispetto della biodiversità”, in sintonia con il concetto di ecologia integrale, fatto nostro ad Assisi nel 2017.

Abbiamo trovato risonanze anche nel processo, che è in corso, per il superamento del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di benessere di un paese e la proposta del Benessere Equo Sostenibile (BES). Tale superamento non è solamente una questione politica, tecnica o metodologica ma è, soprattutto, una questione culturale che richiede un cambiamento di paradigma che deve tenere conto della complessità della vita.

Non è il Club a fare miracoli ma sono le persone con le loro scelte a promuovere i cambiamenti, in un percorso di crescita continua e consapevole. Il Club è un lavoro esistenziale che si basa su principi scientificamente fondati.

Partecipata è stata l’Assemblea AICAT, aperta con la proiezione del video sul Club del GAV-Giovani ARCAT Veneto che è stato molto apprezzato.

Nella prima parte dell’Assemblea sono intervenuti Maurizio Mumolo, Direttore del Forum Nazionale sul Terzo Settore, e Valeria Negrini, Portavoce del Forum del Terzo Settore della Lombardia che si sono messi a nostra disposizione per definire alcuni aspetti, ancora non chiari, sulla Riforma del Terzo Settore e per evidenziare le opportunità della partecipazione al Forum Nazionale e a quelli Regionali.

Tutto questo per ribadire l’importanza di crescere come sistema e partecipare al bene comune, andando oltre il Club con la consapevolezza del nostro valore, superando resistenze e dubbi e ricordandoci che tutti siamo associazione.

Nella seconda parte dell’Assemblea si è discusso sulla nostra identità e sulla possibilità di cambiare la denominazione del Club Alcologico Territoriale per rispondere alle istanze della comunità, che hanno già portato alcune realtà ad adottare nuovi nomi.

E’ stato bello e appassionante parlarne tutti insieme, si è sentito tanto entusiasmo e anche tanta paura. La discussione è solo iniziata, abbiamo condiviso la necessità di riportarla nelle realtà territoriali e rimandare una prima sintesi ai prossimi direttivi e forum nazionali.

Domenica mattina abbiamo accolto gli amici dell’ARCAT Friuli Venezia Giulia ed insieme abbiamo ricordato il quarantennale dei Club in Italia e presentato il convegno “40 anni di una pacifica rivoluzione”, organizzato da ARCAT Friuli Venezia Giulia, ACAT Triestina, Coordinamento nazionale dei Club degli Alcolisti in Trattamento e AICAT, che si terrà a Trieste il 9 novembre pv.

Successivamente c’è stato un momento di forte empatia nel ricordare i 35 anni dei Club in Lombardia con le testimonianze delle prime famiglie che hanno iniziato i programmi, fino al racconto del lavoro che l’ARCAT Lombardia oggi svolge con l’Università Cattolica di Milano, in particolare con gli studenti del Corso in Scienze del Servizio Sociale.

La mattina si è conclusa con un ultimo momento di condivisione attraverso interventi liberi che hanno suscitato ulteriori riflessione e proposte. Si è ribadito in particolare che:

  • il paradigma alcologico costituisce il nostro patrimonio esperienziale da valorizzare e non perdere nell’accoglienza della complessità della vita;
  • costruire relazioni ecologiche significa anche poter parlare delle criticità con rispetto e fiducia, con la consapevolezza che gli altri e le relazione sono bene comune;
  • tutti abbiamo la responsabilità di migliorarci sempre, anche attraverso la lettura e lo studio, per contagiare la nostra comunità;
  • dobbiamo migliorare la comunicazione nel sistema anche attraverso una mailing list aggiornata dei vari livelli territoriali (ACAT, ARCAT, AICAT).

Il Congresso è iniziato con un clima sereno e di amicizia e continuato per tutte le giornate, nei laboratori tematici, nelle tavole rotonde, nelle plenarie, nell’Assemblea, grazie alla partecipazione attiva di tutti.

Le serate sociali ci hanno allietato ed emozionato portando leggerezza, simpatia e bellezza ai lavori.

Si ringrazia in particolare, Enrica Trovati per lo spettacolo teatrale “Con-Te-Sto-Bene” insieme a: Angela, Augusta, Chiara, Danilo, Daniele, Daniele, Francesca, Gianmario, Liliana, Maria Grazia, Michael, Mirella e Pietro e i tecnici Samantha, Catia, Estelio, Luca e Ferdi. Questa rappresentazione ci ha fatto sperimentare quanto il teatro sia un’altra possibile forma di educazione e comunicazione.

Si ringrazia il Complesso Filarmonico Lombardo diretto dal Maestro Silvio Maggioni che ha entusiasmato e coinvolto tutti noi per l’armonia e l’eleganza che la musica porta con sè.

E’ stato importante e gradito lo spazio riservato alla meditazione nelle giornate di sabato e domenica. Si ringraziano per questo Augusta e Michele.

Ci siamo dati appuntamento al prossimo anno, al XXIX Congresso AICAT che si terrà in Sardegna ad ottobre 2020. Emozionante è stato il momento finale del Congresso in cui il Presidente dell’ARCAT Lombardia ha donato alla Presidente dell’ARCAT Sardegna, Mara Scintu, una raffigurazione della rosa camuna, famosa incisione rupestre della Val Camonica, riprodotta dall’archeologo Ausilio Priuli, quale testimone per augurare un buon lavoro di preparazione del prossimo Congresso.

Come sempre il nostro pensiero va alla famiglia Hudolin che continua a guidarci nel nostro agire quotidiano, personale, familiare, associativo, comunitario.

 

CONCLUSIONI DEL XXVII CONGRESSO DI SPIRITUALITÀ ANTROPOLOGICA ED ECOLOGIA SOCIALE – ASSISI 2019

conclusioniassisi2019Nei giorni 10-11-12 maggio 2019 si è svolto ad Assisi il XXVII Congresso Nazionale di Spiritualità Antropologica e di Ecologia Sociale dal titolo “Il Club e il bene comune”.

In questi tre giorni ci siamo sentiti a casa in un clima bello, profondo e ricco, accompagnati dalla bellezza delle ginestre, piante solari e profumate che vivono, prosperano in terreni impervi ed aridi, si radicano profondamente e producono numerosissimi semi che germogliano spontaneamente. Il nostro auspicio è che anche i Club sappiano farsi ginestra.

Sono stati con noi: Helge Kolstad, presidente WACAT, Zoran Zoricic, vice presidente WACAT, il pope Alexjei Baburin, Natasa Sorko dei Club della Slovenia che ci ha illustrato il Congresso Internazionale WACAT che si terrà a Bohinjska Bistrica (Slovenia) sabato 14 settembre 2019.

Un particolare ringraziamento al gruppo vocale e strumentale “Real Cappella Napolitana” per la bellezza e la melodia con cui ha accompagnato la messa di domenica e a Teresita che ha voluto essere presente per condividere e rinnovare la gioia di stare insieme.

Assisi è il Congresso dove contribuiamo a costruire il nostro sapere comune mettendo in circolo le emozioni, le relazioni, le esperienze personali, noi stessi. Quest’anno il Congresso Nazionale dell’AICAT riprenderà il tema di Assisi per svilupparlo ulteriormente in una dimensione di operatività associativa.

Padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, ricordando l’incontro di Francesco con il Sultano a Damietta durante la quinta crociata, ha messo in luce come il bene comune cresca dalle piccole cose, dai piccoli progetti. Francesco si è presentato disarmato, povero, come pellegrino nel mondo ed è stato così accolto ed ascoltato.

Tutti siamo ospiti stranieri e pellegrini in questo mondo e possiamo fare in modo che quanto di buono c’è in ognuno emerga, avendo in cuore la possibilità dell’incontro. La base per un bene comune è l’amore come semplice tessitura di rapporti umani.

Durante l’introduzione comunitaria si è sottolineato che non diciamo più che la persona ha una spiritualità ma è “spiritualità in atto”. La nostra spiritualità antropologica non pretende di avere ed imporre contenuti valoriali particolari ma riconosce e fa propri quei valori che sono veramente umani, universali, interculturali, ecumenici, immediatamente percepibili come bene.

Per bene comune intendiamo l’impegno per la realizzazione del bene di tutti indistintamente, nessuno e nulla escluso, a cominciare dal primo bene comune necessario, la salvaguardia della vita sulla Terra.

Nel Club si impara ad avere cura, ad avere a cuore noi stessi, le famiglie, gli altri, la comunità, il mondo in cui viviamo. La forza mite della sobrietà, che settimanalmente coltiviamo nel Club, diventa una vera e propria competenza di alto valore, per sviluppare una cultura delle relazioni più compassionevole, meno arrogante, senza la quale il bene comune rimane fredda astrazione.

Questo nel Club significa anche non “spegnere” domande e bisogni attraverso risposte semplicistiche, ma accoglierne la complessità per renderle fertili e perché possano alimentare la vita che è sempre ricerca, nella dimensione della cooperazione per il bene comune. Prendersi cura gli uni degli altri è una legge della vita.

Viviamo in un paese che ha bellezze e ricchezze eccezionali, frutto della speranza e del desiderio delle donne e degli uomini che ci hanno preceduto. Pensare ed agire in modo individualista come in questo tempo, non può portare al bene comune né a ricchezza condivisa nel presente e per il futuro ma a disperdere, sprecare ed esaurire le risorse e la possibilità stessa di vita. Se il bene comune viene minacciato anche il bene di ciascuno viene messo in crisi.

Liberare la nostra vita da ogni forma di tossicità, nel comportamento, nel linguaggio e nei concetti (sostanze, ideologie, incuria, indifferenza, etc..) è condizione necessaria per promuovere la cultura del bene comune, tendendo così alla “sobrietà della mente nell’ebbrezza dello spirito”. Sia l’ebbrezza materiale che quella spirituale infondono allegria; la prima rende vacillanti e insicuri, la seconda rende stabili e certi nel bene.

Le comunità, le associazioni, i Club capaci di futuro sono e saranno quelli dove si coltiva e custodisce una ”amicizia civile” che sa reggere le competizioni, le diversità, il disagio e che potremmo chiamare “fraternità”; sono le relazioni tra le persone a costituire il bene.

Il Club, nella sua apparente semplicità e con la sua capacità di coltivare e custodire relazioni ecologiche, è bene comune.

Tendere al bene comune per noi è anche riconoscere la banalità dell’astinenza e la potenza della sobrietà. Sobrietà significa prendere posizione, schierarsi a favore dei valori che, contribuendo al bene comune, promuovono e difendono la vita.

Dai lavori dei gruppi sono emerse le seguenti riflessioni:

  • Essere cittadini attivi è un bisogno, un dovere e una responsabilità da non delegare agli altri.
  • Il Club non è solo uno strumento per affrontare le proprie difficoltà ma anche un progetto culturale per modificare la cultura esistente.
  • Il Club è un bene comune di cui prendersi cura.
  • Non possiamo più dire “non ci riguarda”.
  • Le relazioni sono il “pane quotidiano” per gli essere umani e per il bene comune e il Club ne costituisce il lievito.
  • Il modo di stare insieme all’interno del Club deve essere esportato all’esterno. Per aprirci alla comunità è importante pensare a dei percorsi di ecologia sociale. Essere comunità nella comunità e per la comunità.
  • Dobbiamo cominciare a fare insieme più che a dire, con azioni quotidiane ed imparare ad essere generosi nei gesti, nei sorrisi e nelle parole: eravamo così visibili da bevuti, vogliamo essere invisibili da sobri?!
  • Quando esprimi le emozioni sei in cammino verso la pace, ci sei vicino.
  • La ricerca della pace è un lavoro per niente pacifico, è un bell’impegno quotidiano.
  • Puntare prima di tutto sulle relazioni personali per cambiare il contesto di vita.
  • Essere coerenti con il percorso di cambiamento che si vive giorno per giorno nel Club.
  • Favorire le scelte consapevoli e responsabili.
  • Promuovere la consapevolezza che ognuno ha il potere di cambiare.
  • L’incontro e la conoscenza tra persone fa cadere le barriere. L’incontro tra culture, categorie ed etichette crea barriere.
  • Il bene comune parte dal bene personale che si raggiunge prendendosi cura di sé e del proprio processo di crescita e di maturazione.

Ringraziamo l’AICAT, tutti i Club e tutti coloro che hanno partecipato e contribuito con passione alla buona riuscita del Congresso. Un ringraziamento speciale alla segreteria che da sempre accompagna i lavori col sorriso e a tutte le famiglie che hanno donato le loro dolcezze e prelibatezze alla tradizionale festa di sabato sera, momento di grande gioia e spensieratezza. Grazie anche a Padre Mario Cisotto per l’emozionante visita alla Basilica Superiore di venerdì sera.

Infine grazie a tutti i partecipanti per il generoso contributo economico.

L’appuntamento per il XXVIII Congresso di Spiritualità Antropologica ed Ecologia Sociale di Assisi è per i giorni 8-9-10 maggio 2020 sul tema “Il valore politico della sobrietà”.

Assisi, 12 maggio 2019